Non le posi mente, e nulla fu mutato al programma. Clelia nel sedersi mi guardò fisso, e volle che io mi ponessi di rimpetto ad essa perchè potesse vedermi senza volgere il capo.

Accondiscesi.

Eugenio non diceva mai parola; in quel momento egli non era più uomo, veleggiava pei campi ideali dell'arte--era assai lungi da noi. Guardava Clelia come non l'aveva guardata mai; con uno sguardo ardente, penetrante, come chi voglia ritenere a lungo l'impressione della forma, e indovinare e tradurre in una forma il sentimento. Clelia sotto l'impressione di quello sguardo pareva imbarazzata; guardava me e sorrideva senza muovere le labbra; io solo leggeva quel sorriso--Eugenio non l'avrebbe penetrato mai; non era il sorriso dell'arte, il sorriso della natura fredda, ma il sorriso dell'amore--io mi sentiva più grande d'Eugenio; la sua arte non poteva dargli ciò che poteva darmi il mio amore; le frenesie dell'artista sfiorano appena il cuore; quelle dell'amante lo passano."

XLIII.

La prima seduta fu lunga, nojosissima per Clelia--non per me. Io m'ero posto dietro le spalle d'Eugenio e portando gli occhi ora sopra Clelia, ora sopra la matita di Eugenio, aveva visto da quel fondo bianco uscire mano mano la fisonomia adorata della mia compagna--erano i suoi occhi, i suoi grandi occhi, la sua bocca leggiadra, sorridente, i suoi capelli lucenti--ogni traccia di carbone era un soffio novello che infondeva sempre maggior vita in quella fantastica creazione.

Una creazione, sì, la idea che s'incarna è sempre una creazione--non invidiarne a Dio la facoltà di creare; per quanto è in noi, per quanto può giovare ai nostri bisogni, alla nostra fantasia, noi siamo creatori al pari di lui. Se non possiamo spingere i mondi a roteare nello spazio, noi possiamo dire al nostro spirito d'errare più lontano di quei mondi.

L'arte è forma, ma la forma è pur essa una creazione. Trasformare è creare--gli elementi esistevano prima dell'uomo--l'uomo ne ha mutato le linee; ecco tutto--Ma quanta immensità in ciò! Il sasso da cui Pigmalione traeva Galatea esisteva mille e mille anni prima di lui; ma Galatea non era ancora. Nacque in lui, visse di lui, alimentata nella sua mente; era un sorriso d'amore, un fantasma vagheggiato, tutto suo--la divinità non vi aveva posto nulla, e tuttavia quel fantasma viveva la vita dell'idea. Essa aveva aspettato, sepolta in quel sasso, l'artista innamorato. Il martello dell'arte, con colpi febbrili di braccio illuminato, ricercò la donna sotto il marmo--e Galatea fu.

In quel giorno stesso la fisonomia di Clelia fu interamente sbozzata. Uno strano sentimento mi nacque in quel punto. Contemplando quella tela parevami d'essere innanzi a qualche cosa di vivo, di reale, come se il pennello di Eugenio mi avesse rapito una parte di Clelia per rinchiuderla in quelle linee. Come mai poteva essere che quella tela assomigliasse a Clelia, senza che ne avesse qualche cosa?--V'hanno forse nella natura somiglianze di forma, senza partecipazione d'essenza? Fissandomi in quel pensiero, la mia illusione crebbe sempre più; io continuava a rimirare quel quadro con una specie di gelosia; non poteva corrervi dubbio, quelle linee si muovevano, sotto quelle tinte v'erano delle fibre e delle vene, e nelle vene il sangue, la vita, la vita della mia Clelia. Quest'ultima idea mi atterrì; io mi volsi guardandomi attorno--Eugenio ripuliva i pennelli, facendosi presso al balcone su cui batteva l'ultima luce del giorno--Clelia mi guardava sorridendo della mia muta contemplazione.

Lo dirò io? La stanchezza che dava a Clelia un molle languore, la luce incerta e povera che le imbiancava le guancie rinvigorirono la mia allucinazione. E vi fu un momento in cui mi persuasi che quell'onda di vita che errava su quell'abbozzo fosse realmente involata alla vita di Clelia, e che di tanto ne andasse diminuita la vitalità del mio amore, quanta era la vitalità di quel quadro.

Io guardava Clelia, non era più quella di prima--guardava quell'immagine ancora informe, e vi rinveniva qualche cosa di Clelia--parevami che se avessi d'un solo tratto visto innanzi a me le due figure, il fantasma di Clelia, come io l'aveva avuta fino a quel punto, si sarebbe ricostruito nella mia mente; ma senza di ciò ogni mio studio era vano.