Fu ad accogliermi una specie di negro, di cui non era facile a primo aspetto indicare la razza. Vestiva all'europea, ma i suoi capelli abbandonati sulle spalle ondeggiavano in nerissimi anella. Di corpo era snello e di statura men che mezzano; ma a traverso la sua giubba di lana, e i suoi larghi calzoni di tela, si poteva indovinare la meravigliosa proporzione delle sue membra.

Mi salutò con un cenno del capo, come uomo che non è troppo avvezzo agli omaggi; e come ebbi posto piede nell'anticamera, mi rivolse la parola con accento gutturale in un linguaggio tra lo spagnuolo e l'italiano.

--Sia il benvenuto nella casa del mio signore il visitatore del mattino.

Poi senza dir altro mi accennò una sedia e si allontanò.

Sorpreso di questo strano servitore, io non aveva avuto tempo di dirgli il mio nome perchè Raimondo fosse prevenuto. Se non che il negro fu di ritorno in un baleno, ed accostatosi a me mi disse a voce bassissima:

--Il signore mio padrone dorme--il signore che ha visitato la casa del mio padrone può aspettare ch'ei si svegli.

Compresi ben tosto come con costui mi sarebbe tornata inutile ogni insistenza; d'altra parte il timore di riuscire importuno, e una certa curiosità d'esaminare alcun tempo quel personaggio misterioso mi consigliarono d'aspettare.

--Attenderò, dissi al negro.

--Il mio signore vuole che gli amici suoi sieno ricevuti come il signore medesimo. Il visitatore è egli l'amico del mio signore?

--Lo sono.