In quel giorno Clelia fu calma, amorevole, quasi lusinghiera.
Ignoro se ella mi leggesse in viso le traccie dell'affanno, o se io riuscissi a dissimulare tanto da ingannare l'occhio suo indagatore--so bene che ella mi guardava fiso e lungamente, e che il sangue mi correva più celere a quello sguardo, e che mi sentiva riconfortato, e quasi vergognoso d'aver dubitato del suo amore.
Venne Eugenio. Malgrado i miei ragionamenti fui freddo con lui--egli con me fu come per lo passato.
Clelia mi stette vicino--non si allontanò come io temeva. Ella dunque poteva guardare in faccia Eugenio senza arrossire, ed egli del paro. Buon pensiero che durò poco.
Non poteva forse per parte di Clelia essere questo un riguardo ai miei desiderii, così stoltamente manifestati? e forse che Eugenio avrebbe potuto interrompere le sue visite, senza palesarsi?...
Eugenio partì--il mio saluto non fu meno freddo. La giornata passò tristamente. Clelia non mi domandava conto del mio malumore; non se ne avvedeva ella? Non era possibile; ne conosceva dunque la causa, e lo sapeva ragionevole. Ahimè! non vi era più dubbio. Come fu presso all'imbrunire la pregai che andasse a letto; il riposo le avrebbe fatto bene. In vero ella era molto abbattuta; passeggiava per le camere, ma ad ogni tratto era costretta a sedersi.
Alla mia preghiera rispose con mestizia non averne voglia, la lasciassi ancora qualche ora. Non risposi.
Eravamo seduti a qualche distanza l'un dall'altro--ella sul divano, io sopra una seggiola a bracciuoli--tristi entrambi e muti.
Fece più volte atto di rivolgermi la parola, ma si pentì e si rattenne a mezzo ogni volta; ruminava in mente qualche cosa, levava il capo per guardarmi, e come io mi accorgeva dei suoi sguardi, li rivolgeva ancora al suolo e ve li teneva fissi gran tempo.
A poco a poco succedette al tramonto la notte; le ombre circondarono tutti gli oggetti che ci stavano intorno, i nostri volti sfuggivano alle ricerche dei nostri sguardi, fatti più audaci dalle tenebre.