«Se non mi fa male con quell'arnesaccio lì, vengo…» dice con voce scherzosa, e già gli è presso, e già ricerca pietosamente sulla faccia stravolta, negli occhi gonfi dalla veglia e dalle lagrime, nello sconforto dell'atto, la sciagura che si nasconde. Donato volge appena il capo, tenta un sorriso e dice, facendo un gran sforzo sopra sè stesso, con una compitezza che fa male al cuore: «Buon giorno, signorina, come sta?»

Costanza piglia nelle sue la mano che le viene offerta, e la trattiene, e di nuovo interroga cogli occhi e coll'ansia.

Donato è titubante; sente il bisogno di versare l'anima sua con una confidenza intera; un istinto lo spinge a confessare, ma un altro più forte lo trattiene; la lotta è breve, gli occhi pietosi della fanciulla squarciano il velo; il giovine rivela la sua sciagura, il suo proposito, tutto l'immenso affanno.

«È il cielo che la manda, aggiunge tremante; non so perchè ho subito sentito il bisogno di confessarle quanto mi passa in cuore, so che a nissun altro avrei fatto simile confidenza.

—Sì, è il cielo che mi manda, risponde Costanza con accento melanconico, ma dolce; è il cielo che ha fatto spezzare il timone della nostra carrozza sulla via maestra, ed ha costretto lo zio a tornarsene indietro fino al vicino paesello per farlo accomodare; è il cielo che mi ha messo in capo l'idea di attraversare il boschetto per risparmiare due buoni terzi di strada; è il cielo che mi ha fatto arrivare proprio oggi ed a quest'ora, mentre Mariuccia ed il signor Norberto non ci aspettano che domani… sì, tutto questo lo ha fatto il cielo per impedire una sciagura cento volte maggiore.

Donato porge orecchio alle parole della fanciulla come ad una musica, ne guarda il bel viso compassionevole come una cara visione, e istintivamente nasconde dietro le spalle l'arme che ha nella destra. Ora che ha tutto detto, gli par di sentirsi alleggerito; si dimentica quasi, ripiglia le mille fantasie della notte, rallegrate dai trilli delle rondini inquiete e dalla splendida luce del mattino; gli par di non essere mai stato colpevole di nulla, e sia la propria angoscia un brutto sogno della notte, ed egli si trovi in faccia a quella natura sorridente, a quel leggiadro volto amoroso, a quegli occhi fascinatori, attratto da un sentimento nuovo che è una festa, una luce; tutte le potenze dell'anima dimentica bisbigliano una parola, la stessa che gli ripetono i passeri ciarlieri e i tremoli riflessi delle rugiade ed i soffi tiepidi della brezza: «Amala!»

Amala! tu hai bisogno di un dolce nodo che ti trattenga nella vita, poichè gli affetti santi dei tuoi cari, per tua sciagura, ti fanno desiderare la morte, hai bisogno di un sentimento nuovo e tirannico che t'invada il petto da padrone e vi soffochi le angoscie vane, d'un pensiero che cancelli ogni altro pensiero, d'un caro fantasma rosato che disperda un'orda di fantasime nere; colma in un istante il vuoto di ventidue anni, apprendi qual sia la gran festa del cuore: «Amala!»

Vi sono palpiti che compendiano tutta l'esistenza; udite la vecchiaia volgersi indietro e ripetere: «Io vissi in quel giorno, in quell'ora, quel dolore e quella gioia sono cosa mia, il resto appartiene al tempo.»

Se non appar nulla in volto a Donato, perchè Costanza abbandona la mano del giovine, e, quando egli tenta di riafferrarla, sorride?

«Senta, dice la giovinetta con un accento determinato che le da un vezzo di più, senta, io le voglio bene, perchè siamo cresciuti, si può dire, insieme; crede ella che io abbia il diritto di interessarmi al suo dolore?