«È una vena sciagurata la sua, egli dice, mostrando l'asso di denari, non ho mai visto scirocco più ostinato, parola d'onore non ne ho mai visto.

Non so per quale fascino occulto le parole che celebrano la disgrazia d'un giocatore faccian l'effetto d'un balsamo sulle ferite della borsa, pur nissuno a mente fredda vorrebbe dare un quattrino della compassione nuda e cruda d'un che gli avesse levato di tasca gli scudi.

In tutti i modi Donato è riconoscente all'avversario, e nella sua miseria trova ancora un sorriso da spendere; l'altro prosegue:

«Ecco, se mai volesse aspettare un altro giorno fortuna migliore, ed intanto desistere, perchè non è forse prudente quanto immagina l'ostinarsi, anzi nossignore, non è prudente niente affatto… io s'intende, sarò a sua disposizione domani, doman l'altro, quando crede….

Donato si scolora in volto, trema, ha paura che l'avversario cerchi una scappatoia, ed interrompe la melliflua proposta ripigliando il mazzo e dicendo:

«Ancora una prova; torniamo al fante di picche.

L'ometto ammutolisce, riaccomoda le pieghe della giubba ed il nodo della cravatta, si rimette in positura perpendicolare e dà un'occhiata di sbieco alle annotazioni dell'enorme taccuino.

Quell'occhiata ha un significato, ed il giovine lo comprende. Ma che importa? Non è più ora di calcoli, di ritegni, di titubanze; ha perduto molto, troppo, perderà ancora; uscito dai confini delle sue proprie forze, una sola è la rovina, si chiami dieci mila o cento mila. Perde, raddoppia, riperde, raddoppia ancora, senza tremito, senza ansia, quasi indifferente. Una cosa sola lo inquieta, il timore che l'avversario, ad un dato momento, si levi dal tavoliere e dica col suo sorriso mefistofelico: «Mi basta.» La speranza, se ne rimane una palese a Donato, conta sull'ostinazione; un soffio favorevole può cancellare in dieci minuti tutte le paurose cifre messe in fila sul taccuino e rendere l'infausta partita un trastullo da bimbi, feroce trastullo, ma vano.

Per la prima volta, dacchè si è seduto in faccia al signor Asdrubale, Donato gira l'occhio intorno; l'ampia sala brulica di gente affannosa; dal tavoliere di Valente si stacca ogni tanto uno che si rasciuga la fronte e stropiccia la pezzuola, e stringe le labbra nascondendo male il dispetto. Nè Donato scampa a quella miserabile vanità di giocatore; se qualcuno si accosta a lui, e lo interroga sulla sua fortuna, rizza il capo, sorride nel rispondere: «Perdo.»

E perde; la sorte implacabile non si stanca.