Aveva un solo difetto: nell'andare da una stanza all'altra si tirava dietro gli usci con violenza. Molte volte, strappato alle mie fantasticherie dallo sbattere d'una porta, avrei ceduto ad un movimento dispettoso se subito dopo non mi fosse apparso il suo viso rosato.
Ciò nondimeno il cuore continuava a trotterellare allegro e non mi sarebbe riuscito di fargli prendere un'andatura più ragionevole.
Bisogna anche dire che io era per Nina un marito poco men che perfetto. Non la lasciavo sola mai, o più raramente e più brevemente che poteva, non la contraddiceva in nulla, prevenivo i suoi desideri, non le dicevo che parole buone, facevo cento fanciullaggini per tenerla di buon umore. Avevo però anch'io un diffettaccio: mi distraeva orribilmente; a certi momenti, per tener dietro ad una sciocca fantasia, non mi accorgevo che ella, sorridendo, mi domandava un sorriso, o rispondevo con un cenno serio del capo ad una proposta burlesca.
Certo la sorte non accoppia due colpe così nere per dare l'immagine della pace coniugale.
Venne il giorno in cui io mi mostrai più distratto del solito, ed ella sbattè gli usci più forte. Mi sfuggì un oh! ed ella l'intese, ed io me ne pentii. Inutilmente. Un'altra volta Nina mi lasciò pensoso, camminando sulle punte dei piedi, e chiuse l'uscio con mille precauzioni per non far rumore… Il frastuono delle fucine d'averno non mi avrebbe fatto dare un balzo più ratto dalla seggiola. La raggiunsi, l'abbracciai, e ridemmo insieme di gran cuore.
Ma il ghiaccio era rotto; ci avevamo detto in viso il pensiero nostro: non eravamo perfetti!
Per quanti sforzi facesse, Nina non riusciva a correggersi; solo quando aveva peccato, pigliava una certa aria tra il dolente e lo scherzoso che la faceva più bella.
Quanto a me avevo un gran scrollare il capo, o spalancar tanto d'occhi quando ero colto col cervello in processione—non ci guadagnavo nulla, assolutamente.
La luna di miele durava da molte lune, senza che la più lieve ombra avesse mai oscurato i nostri volti innamorati.
Fu un giorno, un brutto giorno di quel dispettoso mese di luglio, in cui il sole è così beffardo e il caldo così crudele… Ella giura d'essere stata la prima a dirmi: «vorrei un po' sapere a che pensi sempre col capo nelle nuvole, vorrei proprio saperlo…;» ma non le credete; la prima offesa uscì proprio dalle mie labbra in forma d'un piccolo sacramento che non mi riesci d'afferrare coi denti se non quand'era venuto fuori più di mezzo. Comunque sia, un di noi rispose con una lieve impertinenza, e l'altro con una meno lieve, e poi con un'ironia, e con un'altra ironia, e infine Nina colle lagrime agli occhi ed io col cuore gonfio.