—Che uomo è questo Cuor Contento?

—Un ex baritono, che si era fatto un piccolo patrimonio stonando il Conte di Luna, e prestando i suoi quartali a Manrico; si vantava sempre che avrebbe tirato su l'edifizio della sua felicità, e pare che ci sia riuscito; un bel giorno rifiutò colle lagrime agli occhi una scrittura ed un quartale anticipato—era ricco.

—Ed è venuto subito ad inselvarsi nel Monte Barro?

—Oibò; pare che la felicità non sia così facile a ritrovare, perchè per un pezzo le corse dietro inutilmente; divenne prodigo, per sè solo si intende, offrì il cuore a varie prime donne assolute, la cena a parecchie seconde ballerine che aspettano ancora adesso l'assoluzione. Le cene trovavano subito la piazza, il cuore rimaneva disponibile. Allora si consacrò tutto al vino, che egli amava molto ed a cui doveva i più rumorosi trionfi della sua carriera baritonale; ebbe una cantina ben provveduta ed invitò alcune volte i compagni di chiave a desinare. Andava a tutte le rappresentazioni del Carcano e della Scala, e trovava che ai suoi tempi si cantava meglio. Tutto ciò non lo aveva portato un pollice più vicino alla sua felicità, e quando lo lasciai, or son due anni, correva ancora dietro la sottana della fuggitiva. Due settimane fa ricevetti finalmente la lettera in cui mi giura che è felice!

—Sia lodato il cielo!

—E l'altro dì la seconda lettera in cui ripete, sacramentando, che è felice, e che io dovrei levarmi il gusto di vedere un uomo felice.

—Peccato che la felicità stia tanto in alto!

—Non importa, ci arriveremo. Ecco, si vede già la casetta color di rosa, emblema dei pensieri e dei sentimenti ex-baritonali del suo abitatore.

Qui la via si biforcava, da un lato scendendo a precipizio e dall'altro girando intorno intorno verso Galbiate: noi ci mettemmo per un sentieruccio che si apriva nella siepe e moveva più diritto che poteva incontro alla vetta del monte.

Dopo venti minuti di cammino, fatto colle mani sulle ginocchia e col corpo piegato in arco, all'uscire da una boscaglia ci vedemmo finalmente innanzi la casicciola rosea. Aveva un solo piano, una piccola spianata dinanzi alla porta e quattro o cinque finestre colle persiane verdi in tutto. Levai il capo in alto; il cucuzzolo del monte pareva molto vicino e si staccava nero nero dall'azzurro fondo del cielo. Quel bocciolo di rosa in quel luogo aveva proprio l'aria d'un nido di amorini. Gli amorini ci erano, ma scalzi e scamiciati, e corsero non appena ci videro a nascondersi nel nido; subito dopo apparve una donna che pareva vecchia ed era invece la giovane venere, madre di quegli amori, e ci chiese chi cercassimo,