—Molto…

—Badiamo a non dirne male; stiamo ancora digerendo il suo desinare!

E qui da capo la stretta del nostro duetto di risate, come in un'opera buffa. I mille echi del monte Barro erano in gran faccende e duravano fatica a tenerci dietro; il sole spariva dietro i monti, ammiccando ancora con un paio di raggi all'onde del lago lievemente increspate, rugose ganze di vaporosi amori.

La china scoscesa era finita, e la via si stendeva ora con facilissimo pendìo.

«È proprio così, ripresi a dire; quell'eccellente baritono mi ha tutta l'aria di essere oppresso sotto il cumulo della sua immensa felicità…

—Una felicità che dura da un mese! È troppo! è troppo! Deve essere insopportabile!

—E che, dopo d'aver vestito i panni di un semidio, specie di fauno d'altri tempi, non sappia più come rientrare nella sua pelle di baritono, e ridiscendere al piano.

—Tanto più che coll'aver posto a base della sua felicità tutta l'altezza del monte Barro, egli crede in buona fede d'essere fatto visibile come una statua colossale, e che a Lecco ed a Milano non si faccia altro che guardare in alto per cercar di vederlo.

—Questo è in parte il danno della celebrità, osservai, obbedendo ad un filosofico istinto suggerito dal vinello; un uomo celebre ha due svantaggi: primo, che il mondo si occupa dei fatti suoi e lo guarda, come una bestia feroce in gabbia; secondo, di non essere sempre una bestia, tanto per non darsene pensiero.

Qualche volta… corresse Antonio…