Queste pagine, le ultime che il tuo sorriso ha confortato, le dedico a te, Cristina mia.

Maggio 1882.

I.

In quelle vallate non ci si ammala quasi; gli uomini lavorano nelle cascine, le donne nei prati, i fanciulli si arrampicano su per i monti, accompagnando le vacche; fanno tutti una vita tranquilla, sono contenti del loro stato e lo migliorano un po’ alla volta, senza affannarsi; bevono il latte caldo delle loro bestie e l’acqua fresca, che si annunzia da lontano col rumore delle cascatelle e dei rigagnoli, poco vino, e punto liquori. Così vengono su forti, campano lungamente, non danno molto da fare al medico-condotto.

Perciò io mi trovava bene in Pasturo, e non posso ricordare quel tempo senza che mi si apra agli occhi il quieto orizzonte della Valsassina, e mi ripigli la tentazione di andarvi a finire i miei giorni. Per resistere, penso che a quel tempo ero giovane e che ora non sarei più capace di voltare le spalle alla mia casetta, unicamente per andarla a vedere da sette od ottocento metri di altezza. Penso ancora che, al ritorno, la mia Mariuccia non mi potrebbe venire incontro sulla strada maestra, tenendo per mano le nostre bimbe, perchè le nostre bimbe sono oramai donne ed hanno dei figliuoli, e la loro povera madre dorme nel piccolo camposanto di Pasturo.

Non vi troverei nemmanco più il mio giovane amico Orazio coi suoi grilli filosofico-musicali, colle sue fantasticherie strambe e col suo contrabasso, perchè egli ha approfittato benissimo della ricetta che gli diedi un giorno, ne ha approfittato così bene, che ora... Ma se io dico che oggi l’amico Orazio è... chi vorrà sapere che cosa era a quel tempo? Era un gran grullo, l’amico Orazio, ecco che cosa era, e non lo dico già io, lo dice lui stesso colle lagrime agli occhi, ma ridendo, bene inteso; lo dice lui stesso quando viene sull’argomento di Pasturo, del contrabasso, della musica delle sfere e dell’armonia universale. Dunque, a quel tempo, l’amico Orazio era un giovinotto sui venticinque anni; alto, ben fatto, biondo, con due baffetti tirati giù come due virgole, con una foresta di capelli naturalmente inanellati, ma sempre in disordine — era bello, ma, come dice lui, era grullo.

Nato e cresciuto fra le montagne, era stato mandato a Lecco e Como per farvi gli studi del ginnasio e del liceo; di là aveva fatto ritorno alla sua vallata, con molti capelli spettinati, con molte cognizioni spettinate e con un contrabasso.

Questo strumento formò nei primi giorni lo stupore di Casa Brighi, di Pasturo, e di molto territorio montuoso circostante. Stupore ragionevole, se ce ne fu mai, perchè gli anziani si ricordavano benissimo che il loro comune aveva posseduto già un sonatore di clarinetto e uno di violino, ma assicuravano che il contrabasso di Orazio era il primo strumento di queste dimensioni che penetrasse in paese, a memoria d’uomo. In casa Brighi poi, dove la tradizione raccomandava di padre in figlio l’allevamento delle bestie bovine e la produzione degli stracchini, la musica e la letteratura si affacciavano per la prima volta nella persona d’Orazio e del suo contrabasso, si poteva farne giuramento. Giovanni Brighi, il grosso Giovanni Brighi che fu poi chiamato il «padre del contrabasso,» assicurava, e gli si poteva credere solo a guardare le sue mani enormi, che non aveva mai impugnato uno strumento, e che da gran tempo non toccava una penna; sapeva però che suo nonno, buon anima, quello stesso che aveva incominciato l’odierna prosperità degli stracchini di Valsassina, aveva sgonnellato colle muse, suonando l’armonica e scrivendo anche dei sonetti, uno dei quali era stato perfino stampato in occasione della visita dell’arciprete. Altri mali esempi in famiglia non ce ne erano; ma si sa bene, nulla si perde di ciò che penetra nel sangue d’una razza. L’armonica, dopo tre generazioni, aveva figliato il contrabasso; e il sonetto per la fausta venuta dell’arciprete era la causa remota di tutte le idee stravaganti del pronipote Orazio.

In fatti, come e da chi Orazio aveva imparato a suonare il contrabasso? Dal destino, bisogna dire così. In un cantuccio della casa dove egli era andato a dozzina in Como, sonnecchiava un contrabasso scordato; nella testa arruffata dello studente dormiva una manìa antica. Un topo, volendo rosicchiare nel cuore della notte le vecchie corde dello strumento, svegliò ogni cosa; Orazio, il giorno dopo si accinse alla sua straordinaria impresa, che doveva empire di meraviglia i popoli di Pasturo. Non occorre soggiungere che Orazio suonava il suo strumento come un demonio, perchè le cose fatte per caso o per dispetto riescono sempre a meraviglia. Dunque l’archetto stava bene in mano del giovinotto, il quale mancava forse di metodo, ma aveva un’eccellente cavata. L’organista di Castello, avendolo udito, dopo un desinare in casa Brighi, si era lasciato sfuggire un giudizio enfatico che aveva insegnata l’ammirazione ai più restii. Secondo lui, Orazio faceva parlare il contrabasso. Non gli mancava che questo perchè la sua riputazione fosse fatta.

Un altro si sarebbe contentato — Orazio no. Ai capelli spettinati, al contrabasso, alle idee stravaganti che gettava in faccia alla gente ingenua, al nessun rispetto per gli stracchini del suo paese natale, già riveriti e mangiati anche in Londra, egli in breve aggiunse altre cose similmente bizzarre, ed anche più. Cominciò, per esempio, a vagare attraverso le montagne con un rotolo di carta in una mano e con un bastone nell’altra. Col bastone ammazzava le vipere, ma che cosa ammazzava col rotolo di carta?