Tutte le giornate erano buone per codeste escursioni misteriose, ma quelle in cui soffiava la tramontana dovevano essere ottime. Gli alpigiani, incontrandolo su pei sentieri delle capre, col vento in poppa, colle falde del giubbetto staccate dalla persona ed agitate come due ali, col berretto incassato sulla fronte e la faccia spiritata, appena scesi a Pasturo si affrettavano a dichiarare che il signor Brighi juniore aveva girato la scatola o s’era lasciato entrare in corpo il demonio. Una mattina mi vennero a chiamare in fretta, perchè al contrabasso si era rotto qualche cosa, due costole, salvo errore, o un braccio, od una gamba. Camminando così, col naso per aria, senza guardare dove metteva i piedi, era precipitato in un burrone; i boscaioli lo avevano tirato su colle corde e se l’erano trascinato dietro fino a Pasturo, legandolo ad una di quelle loro enormi fascine, che fanno la discesa delle montagne alla maniera delle slitte. I boscaiuoli avevano fatto passare la fascina per le praterie, tanto da risparmiare al povero ferito i trabalzi, ed erano stati così attenti che Orazio non aveva detto ohi! Quando il giovinotto mi vide al suo capezzale, mi sorrise e si lasciò tastare; non aveva nulla di rotto, e subito qualcuno lasciò la camera, per far sapere al paese che il contrabasso era intatto. Il male si riduceva a parecchie contusioni dolorose, ma non gravi, e alla slogatura d’un piede.

— Signor Orazio — gli dissi allegramente — questa volta non è riescito a rompersi nulla; fra due settimane potrà ritentare. La Grigna è là che l’aspetta.

Egli sorrise, mentre, aiutato da suo padre, io assestava il piede; però qualcuno che non potevo vedere perchè, oltre che mi stava alle spalle, aveva anche la faccia rivolta al muro, pianse tutto il tempo che durò l’operazione.

Quando ebbi finito, mi voltai; essa pure si voltò, ed io vidi una bella lagrimosa, Concettina, la nipote di babbo Brighi, venuta da Milano in Valsassina per fare la cura del siero e innamorarsi del cugino.

Concettina era una bella ragazza di diciott’anni, piccola, ma fatta a pennello, non magra, ma pallida; amore e siero erano i suoi rimedii naturali; il siero doveva essere bevuto a digiuno, l’amore doveva essere corrisposto. La Provvidenza, come tutti sanno, non fa nulla a caso; mi pareva dunque che la slogatura di Orazio non fosse senza un secondo fine.

— Concettina sarà un’ottima infermiera — pensai; e fu tale veramente. Venuta per respirare l’aria frizzante dei monti, essa passava una gran parte del giorno nella camera dell’ammalato, dando avido ascolto a tutte le corbellerie che egli le veniva dicendo, e pensandovi lungamente poi, come se ogni parola stramba di quel giovinotto pallido e biondo nascondesse un significato arcano che a lei toccasse decifrare.

Più d’una volta, durante la cura, mi trattenni a far compagnia all’ammalato, non tanto per il gusto di udire qualche stravaganza nuova, quanto per godermi il turbamento misterioso che Concettina mostrava ad ogni frase di cui non vedeva il fondo. Se non si suppone che essa, ingannata da un desiderio o da un istinto, traducesse a modo suo il linguaggio di Orazio, come spiegare la grande attrattiva dei discorsi sconclusionati del giovine?

Un giorno Orazio le disse alla mia presenza:

— Concettina, fra due settimane sarò guarito, non è vero dottore? fra due settimane potrò cominciare la mia sinfonia delle Alpi. L’ho tutta qua! — soggiungeva toccandosi la fronte e il cuore.

E Concettina si fece rossa, come se il cugino le avesse fatto una dichiarazione d’amore.