Un’altra pezzuola sventolò dal basso, ed ahi! era la pezzuola di Ambrogio Nespoli! Cattivo segno!
Scendemmo — Orazio avanti, io dietro, senza dir parola. A un mezzo chilometro da Pasturo, trovammo Toniotto che ci aspettava.
— Che fai qui? — gli domandò Orazio.
— Avevo bisogno di parlare al dottore, rispose quell’uomo infelice.
— Si sente male? — domandai.
— Sto benissimo.
Era pallido, e le sue labbra tremanti stentavano a reggere la sigaretta.
— Il sigaro ti ha fatto male, gli disse Orazio frettolosamente e passò innanzi.
L’occhiata con cui Toniotto lo accompagnò mettendomisi al fianco, disse chiaro: «fratello ingrato!»
Il resto lo disse con voce rotta, ma senza singhiozzi nè lagrime; era un piccolo dramma, antico come il mondo: Toniotto amava, amava come un fanciullo (lo diceva lui stesso, e gli si poteva credere), amava sua cugina; ma sua cugina era innamorata d’Orazio, e Orazio non badava alla cugina, e Ambrogio Nespoli era venuto da Milano per sposare la cugina, e Toniotto voleva che Concettina fosse felice, che Orazio fosse felice, che tutti fossero felici, fuorchè lui solo...