Riccardo ha misurato più volte a passi lenti la facciata della casa del signor van Leven, senza che alcun segnale sia giunto al suo orecchio ed al suo cuore. Per altro egli è ben certo di aver udito battere undici tocchi agli orologi della città, e che quella appunto è l'ora stabilita dalla lettera di Camilla.

Un affanno pauroso si mesce all'impazienza che affatica il suo spirito; egli si domanda sbigottito che mai possa essere sopravvenuto a Camilla perchè manchi così alla parola.

In quel punto ode sonare le undici e mezza; altri orologi vicini e lontani ripetano a brevi intervalli lo stesso suono... Allora si scuote, si guarda intorno, si assicura che nissuno può vederlo e muove difilato alla porta di ingresso della casa van Leven.

La porta è lievemente socchiusa, e un fruscio di vesti giunge all'orecchio di Riccardo. Tutte le ansie dispettose cedono improvvisamente alle trepidanze dell'amore.

Egli è presso all'uscio, immobile, tremante; la baldanza gli vien meno, il pensiero di trovarsi solo con Camilla, in quell'ora, di sfidare con essa il pericolo di essere scoperti, e d'altra parte il timore di tradirsi, la paura di non saper tanto soffocare i battiti del cuore e gli accenti affannosi della passione che non giungano a rompere il sonno dei servi, tutto ciò lo riempie d'affanno.

È sul limitare della felicità, e non sa determinarsi a passarlo.

Ma si fa forza, con un filo di voce balbetta:

— Camilla!

— Riccardo! — risponde un'altra voce tremante... L'uscio gira lentamente sui cardini; le barriere sono scomparse, i due amanti si uniscono in un amplesso.

Per alcuni istanti s'ode solo il rotto linguaggio dell'amore e il fremito ardente dei baci.