Eccovi dunque in cambio gli affetti legali di due sposi ragionevoli.
Il signore e la signora Pool hanno vegliato anch'essi tutta la notte, e vegliano ancora, — l'uno a porre in ordine carte, a scrivere memorie, a dar consigli e suggerimenti al primo commesso della casa van Leven e Compagni, l'altra ad incassare valigie con poca abilità, ma moltissimo sussiego e qualche segreta lagrima ogni tanto.
Il signor Emanuele Pool parte.
La povera Bice è tutta commossa da questo avvenimento inaspettato; il marito le ha spiegato appuntino come qualmente un bisogno imperioso lo chiami all'improvviso a La Haye, e non sia luogo ad indugi, e gli convenga partire subito, e come si tratti di cose molto serie e molto gravi, di cambiali, di fallimenti, di pegni, di merci in viaggio e di cento altre cose tutte serie e gravi ad un modo; delle quali Bice non ha capito altro se non che il suo Emanuele parte, che andrà lontano e starà assente molti giorni, e che essa dovrà rimanere sola in compagnia di Camilla e della zia Angelica, proprio come quando non era ancora la «signora Pool.»
Ce n'è più del bisogno perchè una creatura, la quale, anche diventata la signora Pool, non ha cessato di rassomigliare molto a Bice, si creda in diritto d'avere gli occhi gonfi ed il cuore gonfio. Se poi si aggiunge che essa ha creduto di leggere nel volto del marito un turbamento insolito, converrete di buon grado che il suo contegno è precisamente quello d'una matrona, a cui non è ignoto l'eroismo sereno della madre di famiglia.
È possibile anche, che per forza d'abitudine — le fanciulle si abituano presto ad esser mogli — l'ingenua Bice abbia preso ad amare sul serio il marito, il quale, da quel legittimo orsacchiotto che fu sempre, può averle dato il vizio di starle vicino, e concesso il diritto di tirargli i baffi, di fargli il nodo della cravatta e di chiamarlo zio Emanuele; tutto ciò per altro non toglie che l'ingenua creatura possa lasciar credere a sè stessa che più di tutto la sbigottisce e la impaura l'aria melanconica colta da lei nel viso del suo Emanuele, perchè l'ingenua creatura è anche furba!
Sarebbe difficile dire se avesse o no ragione d'inquietarsi, è però incontrastabile che prima di venire innanzi alla moglie per darle la brusca notizia del suo improvviso viaggio, il signor Pool aveva letto più volte una lunga lettera proveniente dall'Olanda, ed aveva fatto la sua faccia più scura. Certo, parlando a Bice, egli non fu meno carezzevole del solito; ma Bice, come dicevamo, non era più fanciulla inesperta; e quel po' di amore che, a torto od a ragione, era entrato da castellano nel suo petto, le aveva dato la doppia vista, dinanzi a cui è inutile ogni maschera.
Le due dopo mezzanotte sono battute a tutti gli orologi, il tuono brontola in lontananza nel silenzio profondo. Lo zio Emanuele ha finito di far conti, e Bice ha finito di far valigie: egli ha un sorriso di conforto pronto sulle labbra, essa una gran voglia di buttarglisi al collo e di piangere; ma non riesce che a far la cosa a mezzo perchè, mentre sta per buttarglisi al collo, quel furbone di zio la capisce, si scosta un passo e la rimprovera scherzosamente: — sta a vedere che piangi! — la poveretta ride... ma gli si butta al collo egualmente.
Incomincia una grandine di dimande che si succedono senza aspettare risposte.
«Promettimi questo e quest'altro» — e l'ottimo zio promette tutto.