«Non mi affannerò a giustificarmi. Se l'anima vostra non ha saputo indovinare i sentimenti che hanno suggerito il mio contegno, non saprebbe neppure apprezzarli.
«L'intenzione che dimostrate di parlarmi dei vostri dolori, è un'altra prova che non sentite per me come io sento per voi.»
LXXII. Camilla a Riccardo.
«Sei proprio tu che adoperi meco questo linguaggio? Oh se potessi leggere nel mio cuore straziato!
«E sia: ho dei torti verso di te; ho attribuito ad indifferenza ciò che fu opera di pietà e d'amore; ti ho calunniato, ti ho offeso; te ne domando perdono. Vorrai serbarmi rancore per un sospetto che una sola parola è bastata a dissipare?
«Io sono pure la sventurata donna! E dove troverò mai la pace che ho distrutto con le mie mani?
«Te pure, non è vero?... oh! sì, te pure, ne ho la certezza, travaglia questo spietato rimorso...
«Interrogo il cielo, e ricerco col pensiero il filo che ha guidato fino ad oggi la mia povera vita; quale abisso pauroso, quale inesplorato mistero! Io mi vedo gioco d'una fatalità che non ha ancora cessato di tener l'occhio sopra di me; il passato e l'avvenire mi sbigottiscono del pari. Due voragini si aprono al mio pensiero: l'una mi strazia col peso delle memorie, l'altra con le vaghe minaccie dell'ignoto.
«Di chi la colpa?... Mia, non lo dissimulo. Non cerco neppure di attenuarla ai miei occhi; io sono colpevole; colpevole senza scusa, colpevole d'un fallo che non merita pietà.
«No, quell'uomo generoso non doveva essere pagato da me col tradimento; nè da te, Riccardo.