Un'ora dopo tornò all'uscio, battè di nuovo, nulla! Allora fe' girare lentamente la maniglia, aprì l'uscio e stette un istante immobile sul limitare. La stanza era deserta; il letto intatto; sopra una scrivania, accanto ad un lume spento, si vedeva una lettera al suo ricapito.

Senza dar tempo alla riflessione, Riccardo prese la lettera, ne ruppe i suggelli, e lesse alcune pagine scritte con mano agitata...

LXXXVII. Camilla a Riccardo.

«Non vi faccia meraviglia il modo repentino con cui vi lascio; la determinazione che io prendo non è avventata come può parere, ma è invece frutto di molti affanni e di gravi lotte lungamente combattute.

«Dell'opportunità di questa determinazione, se la vostra coscienza sa essere superiore al dispetto, giudicate voi stesso, giudicatene pure severamente.

«Da qualche tempo noi brancoliamo nelle tenebre, fingendo affetti che non sono in noi, fingendoli per noi stessi, paurosi di perdere l'ultima illusione. Abbiamo voluto ingannare la nostra coscienza, e ci siamo ingannati a vicenda. Non so, nè voglio dire, se ciò sia grave torto nostro, ed a quale di noi convenga attribuirne la maggior parte; so che questo stato di cose non potrebbe durare molto, e perciò è bene che finisca subito.

«È venuta l'ora di guardarci a viso scoperto e di cessare una mascherata dolorosa.

«Da qualche tempo non vi amo più; da un pezzo voi non mi amate. È inutile temperare la durezza di questa verità od adoperarci a proseguire l'inganno. Potrei aggiungere che la vostra freddezza ha generato la mia; ma sarebbe una discolpa vana, un rimprovero ingeneroso.

«Io non accuso voi dei miei dolori, nè di ciò che soffro ancor oggi; accuso me stessa, le mie debolezze, la mia colpa, il mio destino. Voi non siete stato che uno strumento cieco nelle mani della sorte; avete aperto le mie ferite come fa il pugnale nelle mani dell'omicida.

«Non voglio avermi pietà; se interrogo il mio passato, comprendo di non esserne degna; vorrei poter inasprire i miei dolori, ed inviperire il mio rimorso, se così potessi mitigare l'enormità del mio fallo e placare le voci irose che gridano contro di me.