Dalla porta lievemente socchiusa penetrava il raggio d'una lampada notturna; non si udiva parola.

Riccardo picchiò leggermente all'uscio; subito un'ombra nera apparve nel vano, e una voce sommessa disse una sola parola: «entrate.» Il melanconico amatore riconobbe il marito, e gli porse la destra, ma l'altro non vide l'atto ed accennando al letto della poveretta, si ritrasse a capo basso in un canto.

Quella camera era vasta, e la debole luce lasciandone le pareti nell'oscurità pareva crescerne l'ampiezza. La lampada mandava ogni tanto strani guizzi, che riflettevano bagliori fantastici sul soffitto, sui mobili e sui volti impalliditi che vegliavano nel silenzio.

Sopra il fondo candido dei guanciali del letto si disegnava il volto affilato di Bice, immobile, sereno come cosa che non è più della terra.

Gli occhi aveva velati, come se dormisse, e le labbra semiaperte parevano socchiuse da un sorriso pieno di dolcezza. Sognava forse il suo ultimo sogno!

Non ostante il pallore delle guancie fatte scarne dalla febbre, era bella; i capelli biondi le scendevano scompostamente sugli omeri e sul collo, mettendole nel volto una specie d'aureola.

Riccardo stette alcuni istanti immobile ai piedi del letto, poi si fece presso al capezzale.

All'accostarsi dell'antico amatore, Bice aprì gli occhi e li tenne fissi sopra di lui; poi li richiuse lentamente, compose il volto ad un'espressione di dolcezza e ricadde nel sopore.

Tutte le potenze dell'anima di Riccardo irruppero a tumulto; ah! quella dolcezza che rallegrava la povera inferma gli diceva tutta una leggenda di dolori usciti dalle sue mani.

Per la prima volta guardò intorno a sè, pauroso di leggere nei volti dolenti che uscivano dalle ombre la terribile accusa che ogni battito del suo cuore ribadiva come un martello: «è l'amore che la uccide!»