Il signor Pool, la zia Angelica, Camilla e Riccardo, curvi sul corpo dell'inferma, si guardavano a vicenda, ricercando nei loro volti imbiancati dal terrore il conforto d'un'ultima speranza.

Passava intanto il tempo indifferente. Si udivano i tocchi uguali degli orologi lontani e tratto tratto un crepitìo leggero: era la brezza, che spingeva la neve contro i vetri delle finestre.

Bice taceva e sorrideva ancora; la sua anima, librata sul confine d'un mondo, pareva misurare il volo per lanciarsi nell'altra vita...

Ma chi è che rompe coi singhiozzi l'angoscia mortale di quel silenzio?.... Lui, l'uomo onesto, il marito, il cui affetto è un'ara sacra. Ch'egli si lamenti, ch'egli gema, ch'egli domandi conto dello strazio, non meritato; ch'egli difenda il suo tesoro fino all'ultimo — è il suo diritto; chi sa che le sue lagrime non inteneriscano la morte. Ma se il cielo vuole che il suo gemito si muti in una bestemmia, quella bestemmia sia raccolta fra le cose più sante del cuore.

Riccardo no, non piange, non sa piangere. A che gioverebbero le sue lagrime? E chi le crederebbe sincere? E di che soffre egli, e che perde che già prima non avesse perduto?

«Bice muore!»

Sotto l'ipocrisia d'una mano che nasconde due occhi asciutti, vi è una coscienza che morde — è vero — ma vi è pure una fantasia meschina, che ripete:

«È l'amore che la uccide!»

Ebbene sì, è l'amore che l'uccide, l'amore nobile, l'amore santo, l'amore che è sagrifizio e dolore, l'amore che va fino al limitare della morte per apprendere il suo ministero di pietà!... Non lo avete dunque udito il primo pianto del bamboletto color di rosa?...

Egli è di là, in un'altra camera, e guarda gli occhi d'una donna che non è una madre, egli è di là mentre la poveretta che gli ha dato la vita se ne muore!