XLII. La cognatina.

Camilla s'interruppe e nascose la lettera perchè dall'opposto lato del viale Bice le veniva incontro.

La povera fanciulla era ancora mesta; non ostante la resistenza naturale della sua età facile e spensierata, il dolore cominciava a scolorire quelle sue guancie rosate. Era mesta e sorrideva; il sorriso fa bella anche la mestizia.

Camilla sentì un tremito correrle per le membra alla vista di Bice, che raffigurava per lei il rimorso. Nondimeno le si accompagnò, le porse il braccio, amorosa e disinvolta, si chinò con essa sulle zolle a raccogliere i convolvoli selvatici. — Senti, — le disse, — che odore hanno? — Hanno odore di mandorle amare. — Poi con una vivacità piena d'incanto cianciò allegramente di feste e di mode.

Bice rispondeva a quando a quando con entusiasmo, ed ammutoliva ad un tratto; trascinata un istante dalla foga della cognatina, s'arrestava poi a mezza via. Un pensiero importuno le s'addensava sulla fronte; Camilla se ne avvide, e lottò ancora, cercando di stordirsi; da ultimo, stanca degli inutili sforzi, si diede vinta e si fece silenziosa anch'essa.

Passeggiarono buon tratto senza dir parola. Quel silenzio pareva pesare ad un tempo sulle due donne; se non che diverso era il loro turbamento.

Questa volta Bice fu prima a rompere il silenzio; si strinse al fianco della cognatina, quasi a farsene un riparo, e disse con voce fioca:

— Credi che potrò dimenticarlo?

Camilla non potè frenare un sussulto; quella domanda rispondeva così bene al suo intimo pensiero, che le parve bisbigliata da uno spirito maligno.

— Chi?..