Chi mai nella notte era venuto ad occupare il letto di Giulio, se non era Giulio stesso? Desiderio ascoltò lungamente; era un respiro regolare, non sonoro ma robusto, senza quei gemiti che qualche volta gli avevano fatto venire in mente l’orco quando va per iscannare Puccettino e i suoi fratelli e scanna invece le proprie figliuole. Quella respirazione, sceverata di mezzo al suono delle altre respirazioni più lontane, dopo alcune cadenze ritmiche precise si faceva più complicata e più ricca; aveva accenti singolari, smorzature flebili, sospensioni misteriose: poi a un tratto cresceva d’intensità, si avviava deliberatamente come a dire qualche cosa di tremendo, in cui entrassero la morte e la dannazione eterna fino ad esaurire il suo tema,... e silenzio, un gran silenzio oratorio prima di tornare da capo.

Desiderio, che non aveva avuto paura del gigante nero raggomitolato in distanza, cominciava a sentire il fascino tormentoso di quello strano linguaggio che gli empiva l’orecchio, e per romperlo addirittura chiamò a bassa voce: Giulio! Nessuno gli rispose, ed egli chiamò più forte: Giulio!

— Che cosa è? domandò qualcuno svegliandosi in sussulto.

Non pareva la voce di Giulio, ma il fanciullo non sapendo più di che cosa fidarsi in quel buio, ripetè ad ogni buon conto: Giulio?

— Che cosa è stato? chiese una voce grossa. Parlava dal letto di Giulio, ma non era Giulio.

— Che cosa vuoi? insistè la voce.

— Credevo che mi avessi chiamato.... disse Desiderio.

— Io no, dormivo....

— Chi sei? Come ti chiami? domandò Desiderio.

— Desiderio! rispose l’altro, ho sonno... e tu come ti chiami?