La stanza melanconica fu empita da un lampo e subito da uno scoppio tremendo e lungo come l’ira di Dio, poi la pioggia si rovesciò con impeto.

Desiderio levatosi per chiudere la finestra, stette un poco a guardare a traverso le vetrate i goccioloni che, rimbalzando sul davanzale, sembravano animati da un’allegria furiosa; ma non si sentiva invasato da quella furia; non gridava, non batteva le mani come aveva fatto più d’una volta in compagnia della sua morta; e solo quando lo scrosciare della pioggia ebbe preso quell’andatura solenne, confacente col proprio sentimento, egli si andò a sedere davanti al vecchio harmonium che gli ripetè gli accordi del De Profundis.

Quando cessò la pioggia ed entrò un raggio di sole nella stanzetta, Desiderio asciugò la tastiera silenziosa. Non piangeva più, poteva ascoltare quello che il Coppa avrebbe detto da Buenos Aires ai buoni amici suoi.

II.

Miei buoni amici. — L’ultima volta che vi ho scritto mi pareva d’essere giovine ancora; oggi mi sento vecchio, sebbene da quel tempo siano passati sei anni appena. Fino a poco fa, mi sono creduto padrone della sorte; non avendo mai dubitato un momento che il voto mio si avesse a compiere un giorno, ora che finalmente è compiuto, ho paura di aver sbagliato strada. Ho camminato tutta la vita verso la ricchezza soltanto; eccomi ricco, non perciò felice. Anzi il contrario, perchè soltanto ora mi pento di aver sprecato tanta vita e tanto ardore nell’inseguire un’ombra. Direte: ti rimane però la soddisfazione di essere riuscito nel tuo intento. No, non mi rimane nemmeno questo. Non è stato il mio lavoro, non è stata una mia idea a farmi ricco; è la fortuna cieca ed imbecille, che per un peso me ne mette in tasca cento mila.

Lo volete sapere? Ho vinto il primo premio in una lotteria. Continua, in una nuova forma, la mia miseria vecchia. Miei buoni amici, voi non sapete tutto quello che possa confessare a se stesso un uomo beffato lungamente dalla fortuna. A me premeva d’essere forte, e perciò di dimostrarmi sicuro di tutto quanto facevo; ma oggi guardo la mia vita male spesa e mi confesso a voi, che siete buoni e mi volete un po’ di bene.

Sì, ho sciupato il meglio delle mie facoltà. Avevo dell’ingegno e che ne ho fatto? tante cose sbagliate, una sola riuscita: il prestigiatore; ho avuto e sento di avere ancora un po’ di forza, sono stato amico della verità, della giustizia, del bene, e non mi è riuscito veramente bene altro mai che l’inganno, prima in piazza, ora sul palcoscenico; ebbi sempre il cuore aperto agli affetti, ma per fatalità ho sbagliato l’amore, e se non fosse di voi, non mi rimarrebbe nemmanco un amico.

Un attento esame di tutto il mio passato mi ha lasciato persuaso d’una verità che ho notato così sul mio taccuino: “ho visto l’amore generare il dolore, dalla grave fatica nascere la felicità; e la vita non ha nulla di meglio che l’amore e il lavoro.„

Ma vuol essere lavoro utile, come quello che si faceva in cerca di pozzi di petrolio al Canadà, in mezzo ai boschi con l’accetta in pugno per aprirsi il sentiero, scavalcando le macchie e lasciando lembi di carne alle spine. O come quello che avevo fatto prima a Nuova York, di modellare figurine di gesso e venderle in piazza. Ma queste fatiche mi stancarono, appena potei temere che non mi conducessero diritto alla ricchezza; e allora disperando di me stesso, tornai di mala voglia all’inganno più rimunerato del prestigiatore. Spesso vedendo un facchino vacillare sotto un peso enorme, o un minatore fendere col piccone il granito del monte, o un contadino vangare al sole cocente, mi fermai a guardare la loro fatica; non già che mi paresse meno aspra o meno ingrata, pure mi tratteneva, senza desiderio, senza compianto, ma non indifferente. Non sapendo nemmeno io che cosa sentissi a quella vista, qualche volta mi parve di indovinare lo scoraggiamento per la inettitudine di chi si è posto innanzi agli occhi una meta da raggiungere, e che intanto si balocca per via, corbellando il prossimo e un po’ sè stesso.

Dunque finalmente sono ricco! Non quanto ho sognato nell’ospizio, ma tanto da poter contentare molti dei miei desideri d’una volta se me ne fossero rimasti.