Ci ho pensato, sa? Ma mi sono convinto che per cominciare a guarire il prossimo ammalato di miseria non sono ricco abbastanza; a fare l’elemosina, non mi si apre altra via che beneficare un ospedale; quanto a correre in traccia di miserie vere per portarvi io stesso il rimedio, non m’illudo già più, ed ho incominciato appena. Mi sono convinto che siamo tutti quanti un po’ prestigiatori; io trasformo l’acqua in vino, quando il pubblico mi guarda; ma a quattr’occhi ho trovato dei compari più forti di me, compari sanissimi, i quali mi hanno fatto credere d’essere paralitici, zoppi, pieni di malanni e di appetito, mentre non era vero nulla, vivevano di rendita, erano capaci di digerire i miei bussolotti.

Non ho rinunziato a fare un po’ di bene, ma mi scoraggiano le prove fatte fin qui. Una sola mi rallegra, se anche non mi contenta. Talvolta, dopo aver desinato all’aperto, adocchio un miserabile che va in giro fra i tavolini, cacciato inutilmente dai camerieri, per raccogliere croste di pane e mozziconi di zigaro che egli raduna in una tascaccia; chiedo al mio vicino una moneta per fare un giuoco, la moneta mi vien data, sparisce, la si trova poi nella tascaccia fra i mozziconi di zigaro e le croste di pane. Qualche volta veggo splendere una gioia ingenua sulla faccia dell’accattone: grazie, mi dice, e se ne va allegramente; ma non sempre è così; ieri soltanto ne ho trovato uno così ladro e così sciocco che sostenne a faccia tosta d’aver avuto quella moneta da un signore, e giurava su Dio, sulla Madonna, sui Santi, sulla salute eterna dei suoi morti, perchè aveva paura di dover restituire la moneta.

Oggi dunque, sono ricco, ma questa ricchezza che ho tanto desiderato non mi contenta ancora; non mi contenterà mai più, essendo sceso nella mia coscienza a vedere da vicino che il mio desiderio aveva preso un nome falso; si doveva invece chiamare la felicità.

E vedo che anche la ricchezza come l’ho desiderata io doveva venirmi dalla mia volontà e dalla mia intelligenza; ma per arricchire a questo modo, come arricchirono tanti, bisognava scegliere una via sola, e avviarsi per quella senza arrestarsi mai, contento di sapermi ogni giorno più vicino alla meta. Non perciò sarei stato felice, perchè la meta era troppo lontana dal desiderio mio. Rallegratevi, amici cari, che almeno voi siete stati più savi.

Tronco il piagnisteo con una nota allegra; non sono io che rido, è la sorte beffarda.

Vi ricordate della eredità avuta dalla zia dell’ospizio? Quella calza incominciata dalla buona donna, è sempre rimasta intatta. Viaggiò in fondo alle mie valigie e molte volte la guardai per farmi cuore, pensando che era press’a poco tutto quanto il capitale che il mondo mi aveva dato per sfidare la vita.

L’altro giorno mi cadde sott’occhio e non mi parlò con parole amare e forti; mi suggerì invece di servirmi del gomitolo, nella rappresentazione d’addio facendovi trovare un biglietto da cinquanta pesos che vi avrei fatto entrare prima per regalarlo poi ai poveri italiani di Buenos Ayres. I miei giochi me li preparo da me e la cosa fu lunga. Non sospettereste mai che cosa trovassi in capo al filo? Un biglietto di cinquecento fiorini austriaci che la povera zia aveva sottratto all’avidità dei suoi fratelli per favorire me senza svegliare rancori.

La scoperta m’intenerì e mi fece dispetto, pensando che quella somma trovata in un buon momento avrebbe forse mutato interamente la mia condizione.

La mia lettera è già lunga, e ancora non ho detto il meglio. Sappiate dunque che io abbandono il teatro, e che me ne torno in Italia, e che non tornerò solo. Ho conosciuto una buona ragazza italiana, povera e ancora onesta; ha diciotto anni, è bella, andava cantando al suono del suo mandolino per le osterie e per i caffè. Molti avventori dicevano che ha una voce meravigliosa, e non è vero; da una settimana non canta più, perchè io me ne sono impadronito. E come? L’ho semplicemente comprata da suo nonno; i cinquecento fiorini della calza non bastando al contratto, ne ho aggiunto degli altri in pesos. Ed ora Bambina è nostra, perchè voi le vorrete bene. Speranza le farà di mamma, e tu sarai un magnifico padre. Io non mi conto, perchè non so quello che farò del rimanente della mia vita, e poi mi conosco tanto da dubitare di un disegno che ora mi sembra bello bello bello.

Bambina è in festa; l’idea di tornare a Milano che essa ha lasciato a dodici anni, d’imparare il canto nel Conservatorio e l’organo alla tua scuola, Desiderio mio, e di non dover più trascinare la sua giovinezza per le bettole di Buenos Ayres, le sembra un sogno. Facciamo lunghe passeggiate per la campagna; essa ha la chiacchierina affettuosa d’una vera bimba; mi narra il suo breve passato con tanta ingenuità da intenerirmi. Sono convinto che è rimasta onesta per miracolo, o a dir meglio che la stessa sua ingenuità invece di perderla l’ha salvata. Ma, quando indovino le trame che erano già state messe in opera per corromperla, complice il vecchio nonno, l’ira mi manda dal cuore una parola che vorrebbe arrivare fino a Dio.... e forse non arriva. Sì, ho promesso a me stesso di salvare Bambina; a lei ho detto che se non potremo farne una gran cantante, almeno a tempo giusto le... daremo marito. Bambina ha riso e giurato (perchè le hanno imparato a giurare) che non saprebbe che fare d’un marito. Infine mi pare che sia entrato un raggio di sole nell’anima mia; non sono proprio sicuro, ma ringrazio il cielo di avermi dato una buona opera da compiere, un’opera che non mi lascierà sconsolato, se mi aiutate voi pure.