— Tu dici bravissimo, come io direi ad altri, come inutilmente ho detto tante volte a me stesso. Dicevo bravo quando mi sentivo la forza di rinunciare a questo sentimento che del mio vecchio cuore ha fatto un trastullo pietoso; non lo dico più ora...

Stettero un po’ in silenzio. Parve al vecchio organista che dalla stanza vicina venisse ogni tanto un canto lieto vincendo il pedale basso di Togna. — Era la voce di Bambina.

— Oh! poveretta me! diceva quella voce allegra, oh! poveretta me!...

— Poveretta te! disse il Coppa, parlando quasi a se stesso, poveretta te, se la mia pazzia non mi lascia; se tu per compassione rinunzi alla tua parte di felicità, che è la gioventù e l’amore, poveretta te!

— Oh! poveretta me; continuava a dire Bambina, e ad un tratto irruppe dall’uscio di cucina, e venne innanzi al Coppa: — Guarda, babbo, sono insudiciata molto?

Mostrava la faccetta bruna, in cui si vedeva uno sberleffo nero di fuliggine.

Il babbo rise molto nel vederla, disse che faceva orrore, che corresse subito in camera a lavarsi col sapone.

E appena Bambina fu scomparsa, proseguì coll’accento di prima:

— Sì, Desiderio mio, ho fatto perfino questa magnifica pensata, sposarmela; essa ha diciott’anni non compiuti, io ne ho settanta... non compiuti; ma sono ricco; a quella povera ragazza che l’altro giorno ancora sonava il mandolino nelle bettole di Buenos-Ayres, alla mercè di un argentino intraprendente o danaroso, posso dare uno stato splendido in cambio della sua gioventù, della sua bellezza. Essa non direbbe di no; è tanto bambina! Ancora non sa come è fatta la felicità, e posso farle credere che sia fatta così: lei diciott’anni, io settanta. — Il mondo batterebbe le mani come al teatro, quando un giuoco è riuscito. E ora...

— E ora? interrogò Desiderio melanconicamente.