Dunque fin da quel primo sogno era svanito ogni scrupolo di abbandonare la vecchia casa; altri sogni seguirono nei quali la morta approvò la scelta dell’abitazione vicina al Conservatorio; consentì che il Coppa se ne andasse per il mondo un pochino ancora, fino a tanto che non si fosse medicato della sua ultima ferita, e raccomandò ben bene che Desiderio insegnasse l’organo a Bambina, che lui in persona, nessun altri, accompagnasse la fanciulla al Conservatorio nell’andare e nel venire; e infine nulla impediva... (ma questo non fu la morta a dirlo, fu invece il Coppa) nulla impediva...
— Che cosa?
Che per Desiderio la fanciulla fosse ribattezzata Speranza.
— I morti non devono essere gelosi, insinuò il Coppa, — almeno mi pare.
— Non sono gelosi, assicurò Desiderio; la chiameremo Speranza.
— Io no; per me rimane Bambina.
Accomodate le cose in tal guisa, il vecchio Desiderio vide venirsi incontro la felicità un’altra volta; e così lietamente, e così bella e così larga di promesse al suo cuore modesto, che quasi gli pareva soverchiare non le proprie forze, chè egli si sentiva fortissimo più che mai, ma il ragionevole e il lecito ad una povera creatura mortale. E si sentiva perfino scrupolo quando confessava a se stesso che la morte di Speranza non aveva tolto nulla alla sua vita, perchè Bambina era venuta, e la morta era viva ancora.
— Ma tu, povero amico mio, ma tu? interrogava spesso.
— Io sto bene, rispondeva il Coppa; tu sai che io so soffrire, e so anche vincermi; ci ho la lunga pratica; chi sa, a forza di vincermi, a che eccellenza arriverò?
— Ma soffri?...