Il Coppa, senza dir parola, rizzò la testa il più possibile, e andò incontro al suo rivale.

Aveva ragione Bambina; quel signore era quasi irriconoscibile, ma era proprio lui. Piero Corruccini aveva passato appena il vano della porta, non osando quasi arrischiarsi fino in mezzo alla sala, così forte era lo scoraggiamento che lo vinceva; teneva la testa bassa; la faccia gonfia, in cui gli occhi quasi si nascondevano, implorava pietà. Il Coppa ne ebbe molta. Con una tenerezza che egli non spiegava a se stesso, si accostò subito al poveraccio.

— Cos’è stato? gli disse.

— È stato il vaiuolo. Un mese fa ero a Nizza a fare la piazza; ero contento di venire a Milano dove speravo d’essere aspettato, quando la malattia mi colse. Mi ha lasciato così, come mi vede. La signorina non mi ha riconosciuto, tanto sono mutato; essa invece è sempre tanto bella.

Piero parlava con accento desolato, e quando disse: “essa invece è sempre tanto bella„ tremò nella sua voce una corda che era desiderio e rammarico.

Il Coppa indovinò tutta quell’anima addolorata, e gli parve d’addolorarsi sinceramente anche lui, nel dirgli bruscamente una parola di conforto.

— Ma ora è guarito! Non è vero? Dunque non si smarrisca.

— Anche il medico mi ha detto così. Non voleva che io lasciassi Nizza, ma a me premeva di essere a Milano, non ricevendo risposta alla lettera che avevo scritto.

— Lei ha scritto a Bambina?

— No, ma ho scritto a lei, fermo in posta, come mi aveva detto; non ha ricevuto?