Egli si rifece grave nel rispondermi sottovoce:
— Lei può e deve, perchè non si tratta di lei, ma dell’amica sua migliore....
— Di Tizia, esclamai! Allora mi dica presto, mi dica tutto.
Rinunziai subito al cavaliere Codicini, che in coscienza mi piaceva tanto, per non vedere in quell’uomo amabile altro che il futuro sposo della mia buona Tizia.
Il cavaliere mi confessò che da molti anni era innamorato dell’amica mia; ma da un pezzo aveva rinunziato a ogni speranza di condurla all’altare; l’aveva sempre amata da lontano, seguendo costantemente i suoi passi, temendo ogni mattina che gli entrasse in casa la tristissima novella del fidanzamento di Tizia, e solo da poco avendo visto ch’essa rimaneva sempre zitella, si era fatto un coraggio di leone a parlarle un’altra volta.
— Un’altra volta! Ma dunque?
Proprio così; e se il cavaliere Codicini era venuto all’uscio di casa mia col pretesto del numero tredici, aveva fatto ciò per aver letto, nella quarta pagina del Secolo, l’avviso con mancia competente, e più perchè non avrebbe mai osato presentarsi al signor Diego Corona, nè a sua figlia, nè alla fantesca di casa e nemmeno alla portinaia, chè vi è sempre pericolo di trovare questa sorta di gente nell’esercizio delle sue funzioni, cioè a dire munite d’una scopa....
Diceva proprio così: munite d’una scopa, per far ridere me, ma egli aveva sempre le lagrime negli occhi, nelle parole e nell’atteggiamento scoraggiato.
— Ma mi vuol spiegare che cosa mi va dicendo?
— Tizia non le ha mai detto nulla di me?