Adagino, signorino bello, ora sembra a me che tu corra troppo, pensai, e, per farglielo intendere subito, non trovai altra via che continuare il mio periodo allo stesso punto dove l’avevo interrotto.

— Ma, gli dissi, l’amuleto che lei ha ritrovato non è il mio, deve averlo smarrito un’altra.

— È possibile, ammise senza scomporsi, ma sempre con grande umiltà: anzi non è possibile; l’amuleto, come le dicevo, è un buon pretesto per introdurmi in casa sua.

Io lo guardai a bocca aperta.

— Ho comprato io stesso il n. 13 in una bottega; l’orefice mi aveva assicurato che questi numeri tredici sono tutti simili, o almeno lei poteva crederlo il suo.... Ora mi dica d’andarmene e me ne andrò senza averle detto la causa che mi conduce.

— Ma allora si ripigli il suo n. 13....

— E se ne vada! Ah! se sapesse quanto male può rimediare ascoltandomi, non mi caccerebbe come un impertinente.

Aveva lagrime nella voce, ne aveva nel gesto, ne aveva quasi negli occhi. E poi non diceva quanto bene gli avrei fatto lasciandolo dire, diceva solo quanto male potevo rimediare ascoltandolo.

Non ho poi il cuore d’una belva feroce.

— Io non la caccio, perchè è una persona compita; ma dica lei stesso: posso io ascoltare quanto lei mi vuol dire?