— Lo sapevo, signorina, ho aspettato il babbo in istrada; appena l’ho visto escir di casa e avviarsi all’uffizio, io sono venuto.

Questa confessione audace, condita di tanta umiltà, mi fece nascere quattro o cinque pensieri diversi. Uno di questi era che anche la voce di Berruti o Berrettini mi contentava, e il gesto sobrio mi piaceva, e l’umiltà audace più ancora.

— La fantesca non mi ha saputo dire nemmeno il nome; scusi, lei chi è?

— Signorina, lei conosce già il mio nome; io sono Codicini.

— Codicini! Il cavaliere Codicini... (egli accennò di sì), quello del n. 13? (sì, sì, sì) e si è voluto disturbare... ma si accomodi.

Quanto mi contentava, che questa volta Diego Corona non ci entrasse menomamente! È il caso, il caso puro e semplice, il gran sensale dei matrimoni... che... se mai....

— Sono proprio lieta, dissi per dire qualche cosa, di poterla ringraziare a voce per... quell’amuleto... lei avrà capito che era un amuleto; ed è doloroso perdere gli amuleti che debbono darci tutta la felicità... ma...

Stavo per commettere l’imprudenza di confessargli che il n. 13 da lui ritrovato non era veramente il mio, per paura che allora egli me l’avesse a riprendere e se ne andasse subito; mi arrestai in tempo.

Egli sviò subito il discorso e disse gravemente:

— Il n. 13 è stata una felice occasione, un buon pretesto per fare la conoscenza sua, che per me sarà preziosa; ora che la guardo, mi pare di potermi lusingare che l’audacia mi sarà perdonata....