— Può essere, ma, nei sei anni trascorsi, che ho dovuto fare io? Ho fatto questo: ho imparato prima con una fatica orrenda — orrenda sì, almeno almeno quanto la sua necessità — a odiare l’uomo che amavo tanto; e poi, quando quest’odio fu mio per molti mesi, me lo tenni caro, aumentandolo ogni giorno; da ultimo, e sono già due anni almeno, credevo d’aver buttato via ogni cosa, amore e odio, perchè ero arrivata all’indifferenza, che è la vera pace.
Tizia non mi aveva mai parlato così, e la credevo persino incapace di sentire fortemente; ma è perchè io la conobbi quando era arrivata all’indifferenza, che è la vera pace, come dice lei.
— Non vi è più rimedio, disse; e vedendo che l’occhio mio correva ogni tanto all’orologio a pendolo: — Ma io ti lascio andare a casa, chè è quasi l’ora del vostro pranzo.
E, in un attimo, mutando voce, viso e maniere, tornò la mia buona Tizia allegra come l’ho sempre conosciuta.
— Dunque?
— Dunque dammi un bacio e non se ne parli più.
— E, se egli torna?... che cosa gli devo dire?
— Digli quello che ti pare.... Però mi spiacerebbe fargli credere che mi voglia vendicare; e mi piacerebbe fargli intendere chiaro che sono indifferente a tutto.... Come potrei dargli questa dimostrazione? forse andando a nozze col primo venuto....
— E allora, dissi io, fa’ conto che sia lui il primo venuto e te lo sposi con la massima indifferenza. Chissà? questa sorta di matrimoni riescono come tutti gli altri.
— Col primo venuto sì, ma non con lui! Dopo essere stata tutta sua, non potrei essere per lui mezza, o anche meno. Meglio niente.... Ma perchè, aggiunse ridendo, tuo padre non mi manda un candidato, come ha fatto il babbo mio con te? perchè non mi chiede la mano egli stesso? Forse accetterei.