— Ah! non fare così! esclamai, presa dalla voglia di piangere anch’io. Lo vedi bene, le mormorai all’orecchio dopo un poco di silenzio, lo vedi bene: egli è ritornato, anzi puoi quasi dire che non ti ha lasciato mai; è il momento di essere felice, pare a me; dunque perchè continui a piangere?.... Fammi vedere la tua faccetta bella, che sa ridere così bene.

Perchè non smetteva, la incoraggiai: «Ebbene sì, piangi, chè ne hai bisogno; sono lagrime buone che medicano l’anima ferita.»

Tizia non mi dava retta; le mie parole carezzevoli, i baci ch’io metteva sui suoi capelli ogni volta che sentivo sulla mia mano il caldo di una lagrima, tutto era vano. Allora aspettai in silenzio che la cosa finisse da sè, pensando che forse con le mie parole ottenevo il risultato contrario. E il babbo doveva essere a casa da un pezzo, e Brigida sicuramente dava allo stufato un saporino di bruciato, che è il terrore della nostra mensa.

Finalmente Tizia rialzò il capo, asciugò gli occhi con la pezzuola e mi disse melanconicamente:

— Non avrei voluto piangere, ma è stato più forte di me.

— Erano lagrime di consolazione.

— No, no; non mi hanno consolato; ho pianto per dolore vero e profondo.

Che musichetta mi stava facendo la mia buona Tizia!

— Che vuole egli da me, ora?... proseguì. È tardi. Quando tu mi parlavi con tanta bontà, io non facevo altro che frugare nel mio cuore per vedere se vi trovassi ancora una scintilla dell’amore svanito; ma no, cenere, cenere, e lagrime.

— Possibile! esclamai: ma egli ti ha sempre amato....