Entrò in salotto la mia buona amica, alla quale, dopo un gran numero di baci, chiesi notizie del cappone. — Bellissimo, ma un po’ caro.

Diego Corona non diceva nulla; gli era rimasta una piccola traccia di melanconia sorridente, come un’aureola, come un alone pallido intorno alla faccia buona; si dondolò pochi momenti; e, mentre noi parlavamo di tante inezie, gli venne fatto di svanire, senza che ci accorgessimo.

Vistami sola con Tizia, subito mi composi un viso serio, le presi le mani, come il babbo suo le aveva prese a me, e lisciandole con le mie, le mormorai all’orecchio:

— Ho una cosa da dirti.

— Dimmela, rispose senza titubanza; cercò di leggermi in viso e lesse male, perchè battè le mani nell’esclamare: «Indovino, tu sei fidanzata.» Visto che sbagliava, balbettò: «allora dimmela.»

— Ma tu mi devi promettere d’essere forte.

Non promise nulla, con un filo di voce ripetè: dimmela.

Allora, accarezzando la bella testina, l’appoggiai al mio petto per modo che, curvandomi un poco, potessi mormorare ogni cosa.

Essa mi lasciò dire lungamente e io dissi tutto: come il cavaliere Codicini l’amasse sempre, e per una necessità orrenda, che egli non poteva spiegare a me, ma che alla sua compagna forse spiegherebbe un giorno o l’altro, lo sposo impaziente della sua felicità vi avesse rinunziato a un tratto, dandosi a credere persino sleale, mentre egli era semplicemente una vittima della... necessità orrenda.

Quando tacqui per non sapere che dire, avendo ripetuto tre volte in tre modi differenti le mie dimostrazioni, essa lasciava ancora la testina bella appoggiata al mio seno; misi una mano sotto al visino nascosto e sentii piovere lagrime calde e frequenti.