— Mai più, non è vero?

Tizia lisciò la barba di suo padre.

IX.

A Diego Corona l’idea di vedere sua figlia col saio nero e la cuffia nera delle Marcelline era insopportabile; non potendo correre alla finestra per chiedere aiuto ai passanti, si era recato subito dal dottor Demetrio, per farsene un alleato. Confidava molto anche su me, e da parte mia poteva tenersi sicuro che non avrei incoraggiato una pazzia simile. Ricorse per consiglio anche al babbo, il quale non gli seppe dire gran cosa per confortarlo.

Ma il primo passo di Diego Corona, la visita al medico curante, produsse un effetto impensato, perchè dal dottor Demetrio quello stesso giorno la faccenda delle Marcelline venne all’orecchio del cavaliere Codicini, il quale per conseguenza immediata se ne venne subito da me.

Questa volta non venne solo. Venne con lui un vecchio. Mio padre era appena andato all’ufficio, da far credere ch’essi fossero stati in agguato sulla cantonata.

Il cavaliere mi presentò il suo compagno.

— Il commendatore Ramelli Codicini, mio padre....

Tutto in quella visita mi sembrava singolare; il pallore dei due visitatori, la voce più rauca e più bassa del cavaliere; il contegno grave e deliberato del commendatore. Io stava zitta fantasticando, il vecchio non parlava punto, il Codicini soltanto ansimava nel dire la causa della sua visita.

— Dunque... diceva ogni tanto, ma senza spiegarmi bene la causa dell’ansia.