— Chi? balbetta Mario, vedendo che il vecchio s'interrompe.
«Lui!» E per spiegare il proprio concetto leva gli occhi al soffitto; poi soggiunge: «sono stanco, mi annoio.... Lo crederesti? mi annoio!.... Sono solo, non ho con chi giocare al cerchio, al cavallo; se mi nascondo non vi è un cane che venga a cercarmi; e se getto la palla, nessuno me la rimbalza... Non ne vogliono sapere... piangono, ed io solo rido per far la smorfia a lui!»
Paoluccio si scioglie dalla stretta del giovine e ricomincia la passeggiata, Mario abbandona il suo posto colle lagrime agli occhi. Ed ecco il professore Rigoli si alza a mezzo il corpo sulla sedia, appunta il dito sullo scacchiere e dice trionfante all'avversario: scacco matto! Scacco matto! Il suono di queste parole sembra impressionarlo e fargli venire un'idea curiosa, perchè si lascia cadere sulla seggiola e ride.
Un istante dopo giungono all'orecchio di Mario, già fuor dell'uscio, i battimani della galleria plaudente al vincitore della carambola.
Il giovine non ha ancora attraversato il cortile, quando sente dietro di sè alcuni passi affrettati, una voce che lo chiama a nome ed una mano robusta che lo raggiunge e gli scende sull'omero — tutto ciò quasi prima di aver avuto il tempo di voltarsi; voltandosi, incontra gli occhietti scintillanti e la bocca ridente del dottore, e gli pare che i raggi visuali, aguzzi più del consueto, si appuntino coll'intenzione di passar meglio attraverso, e che la bocca sorrida tra furbesca e benevola.
— Te ne vai, lo so io che te ne vai; me l'ha detto il dito mignolo; di' un po' che te ne vai?
— Fra un'ora, risponde Mario freddamente.
— E di' un po' che te ne andavi senza nemmeno venirmi a salutare. Non è così?
— Non è così; venivo diritto da voi.
— Tanto meglio, giovinotto, tanto meglio; io so che tu hai un cuore, un cuore...