Bisogna sapere che la bambola di Olimpia è una bambola viziata, piena di capricci, di dispettuzzi, di collere, ma in fondo una gran buona pasta di bambola. E sì che ne potrebbe pretendere di attenzioni e di cure, perchè di pari sue non se ne incontrano da per tutto, neppure a Norimberga, sua patria. Venuta in Milano, aveva da prima voluto un amore sconfinato ed un'obbedienza senza condizioni; ma a poco a poco si era abituata a vedersi posta in un canto nell'ora delle faccende domestiche, ed oggi si accontenta di uscire una volta la settimana dall'armadio, di abbigliarsi sulla tavola e rientrare in casa col suo più bell'abito; è diventata taciturna e melanconica e si lascia ridere sotto il naso senza dolersene, contentandosi di essere amata un poco quando non ci è più nulla a fare. Le cose sono in questi termini tra Olimpia e la sua bambola, e benchè il dottor Parenti non sospetti di nulla, qualche volta si va fino a freddezze.
Olimpia guardava attraverso i vetri nel cortile dei pazzerelli, in quella appunto che il babbo correva dietro a Mario, e quando entrambi sono scomparsi, ella si è tolta alla finestra e si è accostata alla bambola con una certa intenzione di piangere. Ma la bella norimberghese è in gran gala e vedrebbe mal volontieri che le si gualcissero gli abiti, e Semplicetta, la quale non aspetta altro, affida alla padrona la piccola dama e se ne va alla finestra opposta borbottando.
— Il signor Mario, dice ella alcuni momenti dopo, ha in mano la valigia e si separa dal dottore...
— Buon viaggio, buon viaggio, ripetè due volte Olimpia, una volta probabilmente per conto della bambola.
— Non viene a vederlo partire?
— Che ne importa a me di vederlo partire? Che ne importa a me di vederlo partire?
Semplicetta sta zitta e continua a guardare dai vetri. Olimpia aggiusta il cappellino sulla testa pettinata della bambola.
— È partito! dice finalmente Semplicetta lasciando la finestra.
Ed Olimpia si stringe al petto la bella norimberghese, e le mormora sotto voce: «è partito! è partito!»