E maestro Ciro fa eco:

— Sentiamo!

E Donnina, con un lieve tremito nella voce, incomincia:

«Il luogo da cui ti scrivo e ciò che ti voglio scrivere saranno per te cagione di meraviglia e forse di affanno; ma è giunto il momento di dirti tutto. Temo che il segreto del nostro amore non sia più un segreto per taluno a cui desideravo nasconderlo ancora, e non voglio che tu possa da altri nulla apprendere sul conto mio che io già non ti abbia detto. Confessarmi a te è il mio diritto ed il mio dovere; e poi chi sa se non ti ingannerebbero — io no, non ti potrei ingannare.»

Mamma Teresa, guardando al soffitto e dimenandosi, ha l'aria di dire che per conto suo non ci crede moltissimo; ma Donnina non pone mente al sospetto ingiurioso e tira innanzi.

«Ti ricordi di quando eravamo entrambi ad S...? A me non fu data gioia più bella della sventura d'allora, perchè in premio dei dolori patiti fu là che ti conobbi e che mi amasti. Ma io ero sventurato, e tu lo ignorasti sempre, e nessuno lo seppe mai. Intorno a me si magnificava la mia fortuna, perchè, nato in un ospizio ed ivi cresciuto, m'era toccata la sorte di essere raccolto da un vecchio pieno di cuore, il quale mi avrebbe fatto da padre e data una professione. Tutto ciò era verissimo, e nei primi mesi che entrai a far parte della desolata famigliuola di mastro Paolo, mi parve di avervi portato come un barlume della immensa luce di gioia che si era fatta nel mio cuore e nel mio cervello nel momento di mettere il piede fuor dell'ospizio. Mi pareva d'incominciare allora ad essere me stesso, e che prima non fossi stato altro se non una cosa che si raccoglie nei trivii e si numera.... perchè non dia inciampo ai passanti. Ero lieto, ero felice, ero libero! Avevo dieci anni soli, ed il mondo mi apparteneva.

«Mastro Paolo aveva ancora un figlio, l'ultimo di cinque; i primi quattro erano morti un dopo l'altro, alla stessa età, dello stesso indomabile malore, e la madre gli aveva preceduti tutti sotterra.

«Luigi, l'ultimo figlio, aveva diciott'anni, era scolorito in volto, esile, dolce nelle maniere e nell'accento; un'ottima creatura; mi prese ad amare appena mi vide, e mi chiamò fratello. Immagina tu quanto bene mi facesse quella parola! Mastro Paolo invece non mi chiamava mai figlio; non me ne dolsi, comprendendone la ripugnanza.

«Un giorno lo vidi piangere in un canto, nell'ombra della camera; Luigi ci volgeva le spalle e se ne stava immobile, ritto nel vano dell'uscio a contemplare il tramonto. Il povero padre non sapea distaccar gli occhi da quel corpo che, per effetto dell'estrema luce sempre più indebolita, pareva disegnarsi sempre più lontanamente nell'infinito orizzonte. E piangeva premendo forte la mano alla bocca a soffocare i singhiozzi, per non farsi udire dal figlio. Io me gli accostai col cuore gonfio, egli circondò la mia testa con un braccio, se la strinse al cuore che gli batteva concitato e non mi disse nulla. Fu la sola volta che mi mostrasse affetto di padre.

«Luigi pareva assottigliarsi sempre più; a me invece la nuova vita, la gioia d'esser libero e di appartenere ad una famiglia, davano forza, vigore ed apparenza di salute. Mastro Paolo, nel vedere il contrasto tra me e suo figlio, mi disse una volta, facendosi forza per sorridere: «si direbbe che quanto perde Luigi lo acquisti tu!» Io lo guardai in volto senza troppo comprendere; oh! come era amaro quel sorriso! Compresi... fu una rivelazione e me gli feci istintivamente presso perchè mi battesse. Egli dovea sentire un bisogno irresistibile di battermi per vendicarsi della sorte, ma era buono, si accontentò di respingermi con un cenno, e chinò la testa sul petto con uno scoramento profondo.