Questo pensava Maurizio. Due giorni dopo egli aveva speso il rimanente del suo patrimonio nell'acquistare azioni di una certa impresa umanitaria, che prometteva dividendi del trentacinque per cento.

A calcoli fatti, rivendendo le azioni quando fossero raddoppiate di valore, comprandone altre alla pari in una nuova impresa, e così di seguito, un soffio di fortuna ed un paio d'annetti dovevano bastare a dare a Maurizio il fatato milioncino.

XXV. DONNINA AD OGNISSANTI.

«Vedi tu chi mi sta dietro le spalle minacciando di non andar via prima ch'io non abbia incominciato a scriverti? Gli ho pur detto che se rimane non ne faccio nulla, ma egli ride e non si muove.

«Questa volta ride più forte e se ne va... se n'è andato — ottimo maestro Ciro, ottimo babbo!

«Ti volevo scrivere ieri, appena letta la tua lettera, e mi pareva di non poter tanto affrettare da tener dietro all'immenso desiderio che avevo di consolarti. Ma ero io stessa così mesta, e le tue parole ed i casi tuoi mi avevano tanto conturbata, che sarei riuscita a fare il contrario del mio proposito ed a rattristarti peggio. Per quanto mi dovesse costare, meglio che mandarti il mio improvviso di lagrime, ho preferito dormirci su una notte e scriverti i pensieri del mattino, che sono i più sereni.

«Ora sono lieta e soddisfatta di me; e penso che se avessi ceduto a quell'impeto melanconico, non solamente ti avrei afflitto, ma ingannato anche, e mi avresti creduta dolente mentre io non sono stata mai allegra e felice tanto. Perchè, vedi, a forza di pensare a tutte le improvvise melanconie che mi assalsero nel leggere le tue parole, non me n'è rimasta nemmeno una, e non è più uno sgomento, dei tanti d'ieri sera, di cui ora non mi senta in vena di sorridere.

«Io so pure che ti parrò pazzerella, ma poichè tale pazzia non fa male e l'attingo in una sconfinata fiducia nel tuo avvenire, nel nostro, mi pare che non vi sia grave danno. Non ti venga in mente che io non comprenda quanto tu devi aver sofferto per tutti quegli schianti del cuore. Tutto io m'immagino: la tua generosa fierezza ribelle alla servilità fino a pigliar sembianze d'ingratitudine, e lo scrupolo del volermi bene così intenso da parerti per ogni nonnulla di meritare che io te ne volessi più; ho come costretto il mio cuore a picchiar qua dentro alla maniera del tuo, e so quanto devi aver patito. Ma so pure, se vero è che tu mi vuoi bene, ed è verissimo, che io ho il rimedio pronto; mi basterà dirti che la nostra sorte, qualunque essa sia, non potrà mutare il cuore di due poveretti che si chiamavano Ognissanti e Donnina, per ridonarti il tuo sorriso giocondo di allora.

«Che tu sia un medico, un sapiente, non fa proprio nulla. Nel nostro patto era compreso l'avvenire, ed io sapeva già che saresti divenuto qualche cosa di grosso. Non fosti forse tu a trovar il trifoglio dalle quattro foglie? Lo vendesti a me, è vero, ma dovevo sapere che la fortuna non si vende.

«Dunque se il tuo cuore non è mutato, nulla di te è mutato da quel che eri allora; e come io vorrei essere una principessa solo per rimaner sempre la tua Donnina, così tu sei l'Ognissanti mio. Se ti avessi scritto ieri, avrei scritto altrimenti — e ne sarei pentita. Il cuore è un gran ciarliero, e quando non ti grida un vero sacrosanto, ti bisbiglia cento innocenti bugiuzze... innocenti a patto di avere il cervello a casa.