— Sono venuto a prendere il posto vacante, perchè ora io sono ricco, e posso concedermi il lusso del vostro amore.
Serena non battè palpebra; Maurizio soggiunse:
— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io; ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.
Sempre quello sguardo insistente, quel volto impassibile, quel linguaggio rotto, e quei brevi intervalli di silenzio misurati dall'affanno di Serena.
Alla sciagurata donna venne meno la forza di resistere; le passarono in mente mille fantasie, mille sospetti, mille paure in un baleno; non le parole di lui l'offendevano, ma quelle sembianze impallidite, quell'accento monotono e freddo come un destino crudele. Si rizzò in piedi ed andò a sedersi altrove; Maurizio non mutò positura, non battè ciglio e continuò a tener l'occhio fisso sulla seggiola rimasta vuota. E dopo un istante di silenzio, durante il quale Serena, colta da un nuovo e terribile sospetto, guardava Maurizio paurosamente, la voce fredda, sommessa, uguale del visitatore ripetè come prima:
— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io; ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.
E da capo quel silenzio, quello sguardo fisso, quell'immobilità dell'atto. Serena, dopo breve interna lotta, fu d'un balzo presso a Maurizio, e pigliandogli le mani e mettendo la leggiadra fronte presso al volto di lui, mormorò con voce spenta e carezzevole:
— Maurizio, Maurizio mio!
E siccome non le veniva risposto, crollò il bel capo disperatamente, e le anella dei suoi neri capelli sferzarono il volto severo.
A quel contatto Maurizio si scosse e passò lievemente una mano fra i morbidi ricci, ma senza distrarre l'occhio dalla seggiola vuota, senza mutar positura.