— La nostra creatura ha qualche cosa, ed io non me ne sono accorto! esclama il povero vecchio sbigottito.

— Se non te ne sei accorto, è perchè te ne vivi nelle nuvolo, coi tuoi a, e coi tuoi b e coi tuoi numeri. Tu pensi solo a quella frotta di biricchini che ti mettono a soqquadro la casa; e lasci che la tua vecchia compagna, finchè le rimane un occhio, lo consumi a vederci per due. La non può durare.

La donna che così parla a poco a poco è uscita dall'ombra, ed a queste ultime parole si è rizzata in tutta la sua lunghezza, che non è gran cosa, ed è venuta dinanzi al focolare.

— E che vuoi ch'io faccia! osserva dolcemente maestro Ciro.

— Nulla... nulla, balbetta la vecchierella sconcertata da tanta arrendevolezza, non dico che tu debba occuparti della cucina e della dispensa... sono cose che non danno molto da fare neppure a me... e tu hai altro... hai di meglio, lo so, ti dico che lo so; ma mi stupisco che non ti sia accorto che Donnina tutto ieri e tutt'oggi è più mesta del solito.

— Oggi non mi pare; mi è venuta incontro sorridendo, mi ha dato un bacio; piuttosto, mi ci fai pensare, ieri non volle che io facessi scuola ai piccoli, volle fare essa la mia parte e finì col dare brevis letio.

— E gli ho sentiti, quei piccoli rompicolli, a dir «grazie!...» ma non diranno così i parenti, nè il sindaco...

— L'ho pensato anch'io... noi siamo pagati per fare la scuola...

— Siamo pagati! Bella paga davvero! Seicento lire ogni anno per insegnare tutti i tuoi a e b, e le aste, ed i numeri, e cento altre cose ad un paio di dozzine di mariuoli...

Il signor maestro non può udire gli epiteti che la degna consorte regala ai suoi allievi senza sentirsi ferito nel vivo; la signora Teresa se ne avvede, e leva gli occhi al cielo.