Ingegniamoci di passare attraverso la fessura, che serve d'ingresso alla scuola comunale.
È un ampio rettangolo a terreno, con tre finestroni che mettono nella via, colle pareti tappezzate di lavagne e di carte geografiche, col soffitto a travicelli ed il pavimento di mattoni.
In un capo del rettangolo è qualche cosa che, dovendo raffigurare una cattedra, ha il diritto di non assomigliare punto ad un tavolino, ma ne approfitta male, e dietro di essa una vecchia sedia a bracciuoli coperta di cuoio che fu verde in una età molto remota, ma che ora tira al nero. In faccia a quel simulacro di cattedra tre file di panche.
Queste panche hanno una leggenda. Da tempo immemorabile i naturali di A.... vanno alla scuola per imparare a leggere, scrivere e far di conto; quando credono di essere abbastanza approfonditi nei tre rami dello scibile, incidono il loro nome sul posto che hanno occupato e non ci tornano più. A forza di incisioni di tal natura le tre file di panche hanno l'aria di reliquie, le quali non stiano al mondo se non per dichiarare quanto si può togliere di panca ad una panca, senza farle smarrire la sua natura. A lato delle panche l'ammattonato è roso per lo lungo dai passi del maestro, ed in fondo al rettangolo, di rimpetto al seggio magistrale, sorge un ampio camino, la cui foggia patriarcale rammenta il primitivo ufficio del luogo. Non è raro che nell'inverno vi si veda al fuoco una pentola, ma è rarissimo vedervene due. Per compiere la descrizione della scuola comunale di A... conviene dire che le vetrate dei finestroni sono fatte di piccoli vetri genuini, limpidissimi, quasi tutti intatti, e che solo ogni tanto, per non dare agli studiosi una cattiva idea dell'amministrazione della cosa pubblica, quel lusso è opportunamente temperato a spese del Comune, da fogli di carta oleata che sostituiscono mano mano i vetri che vengono a mancare. Il signor maestro ha fatto il calcolo aritmetico che, durando la proporzione, occorrono ancora dieci anni perchè tutti i vetri di vetro diventino vetri di carta, e siccome egli ha già passato la settantina, si conforta e dice sospirando che non vedrà quel giorno.
Il signor maestro si chiama propriamente Ciro Neri, ma non è chiamato in paese altrimenti che signor maestro. Eccolo là, nella sua scranna di cuoio, accanto al focolare, in cui scoppiettano alcuni tizzoni che non vogliono ardere, colla fronte serena, cogli occhietti scintillanti, coi pomelli delle gote arrossati dal calore — una bella testa espressiva lieta della sua bella cornice di capelli bianchi.
— Maestro, dice una voce di donna che viene dall'ombra, ti sei accorto?
L'interrogato esce con un sussulto dalla sua beata fantasticheria, e non sapendo che rispondere, si frega le mani.
— Nessuno mi toglie dal capo, prosegue la voce, che essa ci nasconde qualche affanno. Non pare anche a te?
— Qualche affanno! E quale affanno, Teresa mia?
— Teresa mia! L'ho da saper io! L'ho da saper io che non so nulla! Lo domando a te, a te che leggi nei libri, che da quella pancaccia parli come fa il curato dal pulpito. Via, dimmelo tu che cosa ha la nostra Donnina.