— È Piccolino, pensa il dottore, e dice forte: «Addio, Piccolino.»
Che casa allegra quella del dottor Parenti!
III. LA FAMIGLIA DEL MAESTRO DI SCUOLA.
Mi si permetta di nascondere dietro la prima lettera dell'alfabeto il nome del paese in cui stiamo per recarci — si sa che un narratore può avere cento ottime ragioni per celare il teatro degli avvenimenti che narra. Per arrivarvi la via non è lunga; si esce da una porta, si infila una strada fiancheggiata di olmi, si fanno tre chilometri in linea retta, si volta a mancina, e poi a diritta, e poi di nuovo a mancina, altri due chilometri in tutto, e si è nel bel mezzo di A..., frazione di B..., mandamento di C..., provincia di Milano.
La chiesuola e la casa comunale si guardano faccia a faccia, alle due estremità d'una larga piazza, tagliata in due dalla strada maestra ed unica, che incomincia con un filare di gelsi e finisce con un filare di gelsi. A cinquanta passi fuor dell'abitato dei vivi è l'abitato dei morti: un campicello quadrato, con un muricciuolo di cinta assai meglio intonacato degli edifizi del paese; con una cancellata di ferro all'ingresso ed il suo Memento che i latinisti del luogo traducono in volgare di generazione in generazione. All'estremo punto del paese, in una casetta color di rosa, che pare voglia prendere la via dei campi, penzola un'insegna con un'altra scritta che non ha bisogno d'interpreti: Vino buono, e in faccia, sopra una porticina stretta, come ha fama d'esservene una in paradiso, un'altra scritta: Scuola comunale. Tutti gli edifizi si rassomigliano, e paiono rachitici e sciancati, posti in fila per una rassegna burlesca; sporgono il ventre, barcollano sulle gambe e si tengono in piedi raccomandandosi all'intercessione dei Santi del territorio. In sostanza il paese di A.... non ha aspetto molto leggiadro. Quando il sole entra nella via maestra vi passa solo un paio d'ore melanconiche, non vi trovando nulla che faccia festa ai suoi raggi. Le finestre non hanno vetri, e sono invece coperte di fogli di carta, che il più delle volte hanno già servito agli esercizi calligrafici dei letterati del paese. È impossibile trovare un metodo più economico per impedire alla luce di entrare; l'ospitalità è meglio intesa per gli altri elementi: il vento e la pioggia vi fanno da padroni; anzi, quando piove accompagnato da vento, i più accorti spalancano addirittura le finestre.
La campagna circostante non è molto più allegra; sempre filari di gelsi, che nella bella stagione incorniciano campi di grano turco; qua e là un olmo che deve aver côlto un momento di distrazione del proprietario per nascere, e si è poi ingegnato di campare la vita contorcendosi e piegandosi per non levar troppo alto il capo ed avere il meglio possibile l'aria d'un gelso.
Tutto ciò non toglie che, quando alla domenica un merciaiuolo della città giunge ad A.... colla sua famiglia, per domandare all'Osteria della Salute un po' di oblio delle noie della capitale, non trovi nel paese la beata semplicità rusticana che innamora, ed un certo aspetto di benessere bonario che fa bene al sangue. Per la semplicità rusticana ci sto anch'io, ma per il benessere dico che l'ottimo padre di famiglia confonde il paese di A... coll'Osteria della Salute, in cui veramente si trova del vino buono che fa bene al sangue.
Nel momento in cui abbiamo posto il piede nel paesello il sole se n'è andato, e qualche finestra comincia ad illuminarsi. Non vi è persona sulla via, e la neve che imbianca i tetti, ricama gli alberi, si appende ai muri screpolati, e si ammucchia nel mezzo della via, lasciando solo ai due lati un picciol passo fangoso, cresce la tristezza di quest'ora melanconica.
Pure anche qui è gente felice, vecchi che tentennano il capo e sorridono alle baldanze giovanili, fanciulli che schiamazzano, madri che fanno peggio per correggerli; e stamane dopo la messa avresti potuto vedere una dozzina di giovinette colle guance vermiglie farsi più vermiglie vedendosi adocchiate, e raccogliersi ridendo forte, e sparpagliarsi ridendo più forte; ed il sindaco far gli augurii al curato, ed il curato raccomandare a Dio il sindaco, ed il vecchio maestro di scuola salutato dai suoi piccoli allievi irriconoscibili colla vesticciuola delle feste, e l'oste della Salute, roseo come la sua osteria, con un sorriso cordiale appeso sulle labbra come un'insegna, su cui anche i più mal pratici leggevano: Vino buono. Tutti avevano un'allegria inconsueta sul volto, una patriarcale arrendevolezza di modi, e si separavano stringendosi la mano, e si salutavano per nome incontrandosi, e gli augurî s'incrociavano: «Buon Natale!»
Ora tutto tace, poichè la gioia, in campagna come in città, quanto è più schietta e meno schiamazza e più si nasconde; la via è deserta, l'orizzonte s'oscura, e ad una ad una le finestre aprono gli occhi a guardare nelle tenebre. Oh! chi sapesse leggere ora gli sgorbii calligrafici degli antenati che dormono nel cimitero!