— Sono io, Tomaso.
— Scusi, credevo che fosse il signor Mario.
— Non è ancora rientrato mio figlio?
— Nossignore... almeno... mi pare...
Il signor Fulgenzio non dice parola, attraversa le stanze silenziose e deserte e muove dritto alla camera di suo figlio. Non vi è nessuno... Il vecchio sta un momento immobile a guardare le pareti, il tavolino, il letticciuolo, come se vegga tutto ciò per la prima volta, mentre Tomaso tiene alti i lumi lottando vigorosamente col sonno.
— Quando mio figlio ritornerà, gli dirai che dormo.
— Non vuole che l'aiuti a spogliarsi?
— Farò da me.
Senza aggiungere parola, il povero padre prende un lume dalle mani del servo e se ne va nelle sue camere.
Proprio in quel momento il dottor Parenti, dopo aver dato di catenaccio alle porte ed origliato all'uscio della camera della figliuola per udirne la respirazione tranquilla, passa col lume in mano dinanzi alla gabbia dei canarini; uno dei quali si sveglia, batte le alucce e dà un moto di altalena al cerchio in cui è accoccolato.