La reggia ed il tugurio sono pieni della stessa dolcezza: l'infanzia che schiamazza, la vecchiaia che sorride.

Da per tutto è la festa del focolare; il tizzo che arde nel camino scoppietta allegramente per rispondere alle ciancie dei vecchi fanciulli che si scaldano al suo fuoco; però che oggi più di ieri ogni uomo si senta vicino all'infanzia — e non gli state a dire che egli non crede ai Re Magi, è facile che non vi dia ascolto.

Accanto a queste gioie, vi è il dolore, vi è di peggio: la noia; — accanto ai felici che specchiano il loro sorriso nelle papille attonite dei bambini, vi ha chi dorme fino a tardo mattino un sonno greve, agitato dalle nauseabonde immagini dell'orgia della vigilia, e nondimeno più dolce del ridestarsi che lo attende; vi è la casa che non ha teste ricciute e bionde; vi è il cuore vuoto d'affetti e sordo agli echi d'una gioia tranquilla.... Ma l'Asmodeo che ci ha confidato il suo segreto non ci ha dato la sua malignità, e noi vogliamo pure illuderci che alcuna miseria non oscuri il sole di questo giorno, se per ciò non occorre altro che chiudere bonariamente gli occhi.

Ritorniamo al cortile ingombro di mucchi di neve.

È più di un'ora che un uomo va su e giù, rasentando la muraglia col capo basso e le braccia penzoloni. Quante volte ha misurato la larghezza dello spazio? Forse egli lo sa, poi che a vedere con qual aria severa e con quanto scrupolo attende alla sua bisogna, senza affrettare il passo mai e senza voltare mai un pollice prima, si direbbe che egli abbia prefisso un numero inesorabile alle sue misteriose evoluzioni, e che dalla esattezza dipendano le sorti di un disegno occulto.

Non vi ha viaggio che, coll'aiuto della Provvidenza, non abbia presto o tardi un termine; tutto sommato quello del nostro incognito è ancora dei più brevi, perchè ha durato un'ora, dieci minuti ed un certo numero di secondi di cui non terremo conto per non essere più scrupolosi dell'enorme orologio che ci sta in faccia, il quale ha due sole frecce, — una per le ore, l'altra per i minuti — nè per ciò si crede un orologio da poco.

Quell'infaticabile camminatore s'arresta di botto colla precisione d'un automa, solleva il capo, gira lo sguardo intorno e muove difilato verso una porticina a vetri, senza badare ai mucchi di neve nei quali inciampa ad ogni passo gettandosi innanzi un polverio luccicante; gira la gruccetta di ottone e sparisce chiudendosi l'uscio alle spalle — non però così presto da impedire il passaggio a chi avesse la buona volontà di tenergli dietro, come l'abbiamo noi.

Appena il nostro sconosciuto ha posto il piede nella stanza, una voce cavernosa e tremante, ma raddolcita ed assottigliata ad arte, lo saluta per nome:

— Buon giorno, babbo Jacopo.

— Buon giorno, figliuolo mio.