— Non lo so.
— La signora mi permette che le baci la mano?
La vedova risponde stringendosi nelle spalle, e volta la faccia da un altro lato; in un attimo il banchiere ha preso la morbida manina e se la porta avidamente alla bocca. No, signori, non si è mai vista una manina più appetitosa ed una bocca meglio capace di farne un boccone solo.
Poi il Creso galante esce a ritroso, continuando a saettare con uno sguardo assassino la donna insensibile e leggiadra.
Rimasta sola, la vaga creatura si leva in piedi repentinamente coll'atto di chi voglia divincolarsi dalle strette della noia e si invola nella stanza da letto, un vero tabernacolo color di rosa. Una bella donna che corre tanto ratta allo specchio e si siede innanzi al segreto complice dei propri trionfi con tanta impazienza, deve avere una gran paura che le caschi una treccia o se le sia scomposto un riccio. La signora Serena ha preso un foglio di carta aperto, ma non ne dubitate, non ne fa un cartoccio, non si guarda nemmeno nello specchio e legge colla curiosità d'un'annoiata:
«Signora,
»Per la quarta volta mi presento alla porta di vostra casa, e mi si risponde che non ricevete. Che v'ho fatto io? Sono sceso dentro di me ed ho interrogato il mio cuore — non so d'aver meritato la vostra collera. Solo se l'amarvi vi offende, avete diritto di castigarmi così, perchè io vi ho offesa molto.
»Lasciate che lontano da voi io ponga su questa carta ciò che innanzi al vostro sguardo affascinante si rannicchia paurosamente nel cuore — io vi amo; sorridete pure, non può il vostro glaciale sorriso fare che io non vi ami... È un sentimento più forte della mia volontà, più forte del mio stesso orgoglio che io depongo ai vostri piedi. Altri avrà per voi più lusinghevoli omaggi, ma nessuno potrà dirvi parola più sincera di questa: vi amo. Avvezza a vedere, nell'ammirazione di quanti vi circondano, lo specchio della vostra suprema bellezza, vi farà meraviglia che io non vi abbia detto mai che siete bella. A me non importa della vostra bellezza; v'hanno forse nel mondo altre creature più belle di voi a cui non darei il mio cuore. A voi l'ho dato. Non so perchè, non so quando, nè come incominciai ad amarvi, so che mi trovai incatenato senza avvedermi. Volli rompere il laccio, sdegnoso non di voi, ma della mia debolezza, e sfibrai invano i miei muscoli; divenni debole come un fanciullo per amarvi, ma non voglio rimanermi eternamente fanciullo. Ho bisogno di amarvi altrimenti.
»Non so se parlandovi questo linguaggio sincero mi esporrò alle vostre beffe; so ch'esso merita altra fortuna. Nell'infinita turba dei vostri adoratori non ne troverete un solo, il quale vi dica tutto ciò che gli sta in cuore. Io lo dirò. Lasciate che venga a voi e vi sveli un sogno che ho fatto. Quanto ho da dirvi merita che mi ascoltiate; accordatemi un quarto d'ora, non lo spenderò a ripetervi il vacuo frasario che dovete sapere a memoria. A me abbisogna la suprema felicità o l'abbandono; deciderete voi la mia sorte; qualunque essa sia, mi sarà cara se mi toglierà dal viso la maschera volgare d'un insipido adoratore. Attribuite l'arditezza di questo linguaggio all'amore, e la sincerità alla mia stima grande quanto l'amore.
»Maurizio.»