Quando anche avessi in animo di torturare la curiosità dei lettori e fare d'ogni capitolo un indovinello, le ciarle del professore Rigoli non mi permetterebbero di andare innanzi lungamente senza guastare il sistema; ora poichè non si deve farne un mistero, meglio è dire subito che ci siamo introdotti nella sala di ricreazione d'un manicomio di Milano, e che i personaggi che vi abbiamo incontrato hanno tutti, secondo il linguaggio del professore, il loro gramma di pazzia, quando non ne hanno una tonnellata.

Il professore Rigoli per altro — ognuno se ne sarà accorto — è uomo ragionevolissimo, il che non toglie che egli ami la barzelletta e la forma caustica, quando si dimentica d'essere professore. Parla con sussiego di molte cose, anche di quelle che non sa, ed in mancanza di meglio possiede un silenzio così scientifico, che non ha confronti se non nei geroglifici egiziani. Tutto questo suole nel mondo condurre a gran cose. Il nostro professore ebbe però la disgrazia di non aver saputo coltivare la scienza, senza trascurare la moglie, la quale, giovine e bella, incontrò alla prima cantonata un giovinotto, che si era fatto un dovere di trascurare la scienza per coltivare le mogli degli altri. Avvenne che la scienza rimase fedele al professore, ma la moglie no, ed il marito dopo varie peripezie finì coll'innamorarsi d'un sistema scientifico capace di mettere la botanica in rivoluzione, voglio dire il sistema di «seminare i raggi di sole.» Questa scoperta, che doveva spalancargli le porte della gloria, fu dai profani accolta con diffidenza e gli aprì tutti gli usci del manicomio.

La partita di carambola è finita, ed il vincitore riceve modestamente le felicitazioni della galleria, mentre il perdente si conforta dandosi dell'asino colla convinzione di un carambolista ragionevole, il quale sa di non poter salvare il decoro di giocatore senza questo rimedio eroico.

Quasi nello stesso tempo l'orologio del cortile brontola le undici ore. La voce nota non si fa mai udire senza che qualcuno dei personaggi raccolti nella sala sollevi il capo dal giornale od esca dalla sua meditazione per tendere l'orecchio e stare in ascolto molto tempo dopo che l'onda sonora si sia smarrita nello spazio; questa volta però non una di quelle fisionomie si conturba; sorridono anzi, e le ciancie, un istante interrotte, sono ripigliate con maggior ardore, ed i capannelli si ingrossano dei più melanconici, che se ne stavano in disparte, ed un'allegria meno sospettosa del consueto esala da quelle povere anime.

Si capisce all'insolito pigiarsi l'uno contro l'altro, all'aria di affaccendarsi che tutti pongono nel far nulla, che i loro spiriti lavorano irrequieti alla prospettiva d'un avvenimento aspettato. Laggiù è uno, il quale sfoga la sua impazienza pestando con un certo garbo un valzer di Strauss sopra un pianoforte verticale; qui un altro che cammina a gran passi fregandosi le mani e sorridendo benignamente ai fantasmi del suo pensiero. In verità, il viso più tetro della comitiva è quello del guardiano del luogo, il quale, seduto in un canto, sembra meditare sulla idea melanconica d'aver conservato la ragione, ed ha l'aria di sentirsi umiliato perchè non riesce a darsi saviamente la metà dello spasso di quei cervelli malati.

Fra i più impazienti ve n'ha uno a cui viene un'idea luminosa; egli esce all'aperto, dà un'occhiata d'intelligenza segreta all'orologio, poi rientra contentissimo della sua gherminella... Ecco... battono le undici e mezza...

Ancora poche battute di valzer, ancora due ciancie animate, poi tutti escono dalla sala, dandosi un contegno grave più che forse non si richieda da gente piena d'appetito ed avviata alla mensa; ma l'ipocrisia, come tutte le altre scienze della vita, non può pretendere nei manicomi ai trionfi che l'accompagnano nel mondo ragionevole.

Nell'attraversare il cortiletto i poveretti sollevano il capo e dirigono gli occhi verso uno stesso punto, e fanno un saluto della mano colla regolarità di chi obbedisce ad una abitudine, e, prima di sparire ad uno ad uno nell'uscio del refettorio, si voltano e spingono il capo indietro e sprigionano il più dolce sorriso come per prendere commiato. Da chi? Da un'adorabile figurina bionda, da un volto color di rosa, che si protende fuor del davanzale d'una finestra poco lontana, inviando per l'aria un saluto amichevole.

L'avete udita la sua vocetta d'argento?

— Buon appetito!