«Ecco... egli pensa che il fritto era eccellente, e che il brodo non teme confronti nella cronaca dei brodi dello stabilimento.»

Bravissimo! tutti sono dello stesso parere; il professore Rigoli aggiunge anzi con enfasi che la zuppa fu scodellata con soverchia parsimonia, e domanda scherzosamente il permesso di far replica; e l'ottimo reverendo, che gli sta al fianco, dopo essere stato il primo a trovare quell'idea piena di giudizio, si risolve a fare altrettanto.

La conversazione è così posta sopra un terreno che non offre pericoli di male intelligenze; l'istintiva diffidenza dei commensali più ritrosi scompare, ed un bagliore d'entusiasmo brilla sulla fronte di ciascuno. Si esce dal silenzio ad un tratto per cadere nella verbosità; si ciancia molto, si scherza spesso e si balbetta qualche volta, intendendosi meno che è possibile. — I savi non sanno far meglio.

Un vinello color di rosa circola con una dotta parsimonia, il tanto che basti a snodare la lingua ai melanconici, ad imbrogliarla ai parolai.

Vi è uno che ha fatto allusione all'equilibrio europeo, un altro che ha rievocato le fasi contrastate della partita di carambola, un terzo il quale confida ad alta voce a chi vuol sentirlo il suo occulto disegno di bandire una riforma sociale, ed il professore, ghignando in disparte, con un fare tra l'olimpico e lo sdegnoso, resiste alla superba tentazione di confondere i suoi colleghi coll'esposizione particolareggiata del sistema di seminare i raggi di sole.

Ma improvvisamente l'Europa, dimentica della statica, ripiglia col rimanente del globo le sue evoluzioni intorno al sole, la partita di carambola rientra nel passato, la riforma sociale nell'avvenire, ed il professore, tolto alla contemplazione del suo sistema, è il primo ad annunziare lo arrosto.

Così, o all'incirca, è del resto degli uomini: mille che disegnano, mille che fantasticano, mille che rammentano, mille che sognano, poco d'accordo le unità, pochissimo le decine e le centinaia, quasi mai le migliaia, ma un pensiero in cima agli altri, ed un sublime accordo in quell'immensa discordanza — l'arrosto!

Il desinare volge al termine; il professore trova bella la vita e ne fa la confidenza al reverendo, il quale dà prova d'una rara perspicacia, aggiungendo che il pranzo era eccellente; Paoluccio si è empito le tasche di zuccherini, e babbo Jacopo ha smesso la sua aria melanconica, quando improvvisamente apparisce, senza che alcuno l'abbia visto venire, un uomo sulla sessantina, di statura alta e maestosa, ma benevolo e sorridente, seguito da un ometto rotondo, paffutello, biondo, specie di amorino a quarant'anni sonati, non buono, a giudicarne dall'aspetto, se non a sorridere perennemente. L'atto con cui ciascuno dei commensali risponde alla famigliarità di quei due, dice chiaro che essi hanno sopra i disgraziati una dolce autorità che ispira gratitudine. In fatti il più vecchio è il direttore, ed il più giovane il medico dello stabilimento. Voi non avete visto mai un direttore più alla mano, un medico più di buon umore.

Il signor Fulgenzio, sebbene non abbia ancor toccato la sessantina, usa chiamare figliuoli i suoi ospiti; i poveretti gliene sono grati, e Paoluccio più di tutti. Quanto al rubicondo dottore, è opinione incrollabile nel luogo che non vi sia un compagnone ed un amico più piacevole di lui. E bisogna vedere com'egli stringe la mano a tutti, e come dà del tu, e come ammica furbescamente ai più furbi, quasi a dire: «ne abbiamo fatte di belle, noi, eh! chi sa? ne faremo ancora!» Bisogna vederlo!

Certo è che la sua dimestichezza gli ha guadagnato la fiducia d'ognuno. «Per il dottor Parenti non si hanno segreti; innanzi al dottor Parenti non vi devono essere melanconie; questo bisogna farlo per il dottor Parenti, e quest'altro per il dottor Parenti.»