Augusto non si moveva; era pieno di scienza.

— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque voleva scegliere una moglie tra le più oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata?

Lo sai bene che l'ha trovata?

Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva spinto la mia imprudenza; perchè, ahi! non lo sapevo nè bene nè male; me ne ero dimenticato interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il quale poteva darmi a credere, se glie ne venisse la tentazione, che il re di Persia aveva sposato la sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci una ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po' mi riuscì; avevo già strappato ad Augusto la confessione che la moglie di Dario si chiamava Ester, ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo; quando venne ad Augusto la curiosità di sapere perchè Mardocheo non si fosse dato a conoscere al re suo parente. Un perchè ci doveva essere, «tanto più — soggiungeva mio figlio — che se Mardocheo non avesse fatto così, Dario non si sarebbe fidato tanto di quell'altro, sai, quell'altro... aspetta...»

Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare, ma (pensi chi ha cuor di padre la mia tortura) quell'altro non sapevo proprio chi fosse. Aspettavo e sorridevo; quell'altro non venne.

— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto, e sollevava gli occhioni al soffitto, o me li metteva in faccia alla sfuggita sperando l'impossibile, cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo.

Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile.

— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina ci vuole...

— L'ho qui... aspetta...

Questa volta uscì di corsa.