Ne ero sconfortato e dispettoso, e pure che farci? Evangelina, mio suocero, i parenti, gli amici, le amiche, i moralisti, i pedagoghi, quelli del vecchio e quelli del nuovo sistema, tutti, dalla cattedra, dal pulpito, dal confessionale, dai libri, tutti quanti erano e sono d'accordo nel sentenziare che «certe cose i fanciulli non le devono sapere.»

— Sciocchezze! — diceva io, quando mi pungeva l'estro della ribellione — anzi asinerie! Questa massima si riduce nella pratica ad una commedia ridevole, e pazienza se fosse soltanto ridevole, ma è anche pericolosa. Augusto fingerà di non saper nulla, e noi faremo sembiante di credere alla sua innocenza fin che egli abbia baffi e mosca! Allora ci degneremo di confessargli che non lo abbiamo comprato alla fiera, nè trovato sotto un cavolo dell'orto; ma egli probabilmente non ci verrà più a domandare, come oggi, perchè per trovare dei figli sotto i cavoli dell'orto bisogna mettersi in due, e se è proprio necessario che prima siano sposati.

Evangelina non trovava nulla da opporre, quando io sentenziava che non bisognava confondere l'ignoranza con l'innocenza. Era pronta essa pure a ribellarsi teoricamente; ma quanto a mettere la mia ribellione in pratica, cioè svelare e spiegare ad Augusto, alla prima occasione, che lei ed io, che lui, eccetera, non sentiva proprio il cuore. Non me lo sentiva nemmeno io.

La conseguenza fu che Augusto continuò a dichiararci d'aver capito, quando altro non aveva inteso se non che gli si voleva nascondere la verità, finchè si fu avviato alla scuola pubblica per intraprendere più gravi e nobili studi.

Per far uscire dal capo dei fanciulli certe curiosità malsane, ancora non si è trovato di meglio che l'antico testamento; e la virtù del testo sacro deve essere miracolosa.

Infatti appena messo il piede nel paradiso terrestre, veduto un po' da vicino il pericoloso albero del bene e del male, intesa all'ingrosso la storia del pomo e della foglia del fico, mio figlio non mi fece più alcuna domanda.

Quel silenzio sgomentava il mio cuore di padre; avevo paura d'una dottrina segreta che si veniva formando tutta a scuola, e avrei pagato qualche cosa per sapere almeno a che punto si trovasse. Speravo che i colleghi di mio figlio non ne sapessero molto più di lui, e pure in ogni monello che passava per la via, trascinando lo zaino sul lastrico del marciapiedi, vedevo un maestro dotto e pericoloso. A tavola mi provavo talvolta a tentare Augusto; gli dicevo per esempio:

— Non mangiare troppo in fretta, potresti fare un'indigestione, e noi non vogliamo perderti; ci sei costato caro.

E la piccola Laurina interrompeva:

— Anch'io sono costata tanti soldi?