— Non sono bugie — spiegò Augusto — è poesia... la poesia è così; non è vero, babbo?.

Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi mal contati in quel cervellino di poeta. Augusto aveva trovato, in un vecchio scaffale, un arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva fare in quel codice amoroso, egli battezzava la sua nuova fiamma anonima ora Filli, ora Clori; vittima volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura lenta di intarsiare le rime del suo autore nei propri versi; così non gli accadde più di far rimare velo con anello, senza averne la poetica licenza. Ne venivano fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda, e pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare, in cui il rancidume arcadico era temperato molto opportunamente da un po' di realismo anticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino.

E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo al mio cuore di padre vi avrebbe visto un'indulgenza strana, anzi una specie di contentezza stupida di sapere mio figlio, a dieci anni, autore recidivo di birbonate simili.

Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto ancora non mi avevano dato ombra di afflizione; il piccolo poeta, quando aveva preso commiato dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia della sua Giulia, se n'andava tranquillamente a studiare la lezione e fare il còmpito; a scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno, con prodezze verbali e scritte, fece onore a babbo e mamma, a Filli, a Clori e alla Musa. Ma ahi! un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere andato al ginnasio con la febbre d'un conquistatore, Augusto tornò a casa come un vinto. Là, sulle panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa, ma non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica Musa, bensì un'altra, priva di rime, piena di dittonghi e di desinenze strane; Musa, Musae, la musa della prima declinazione latina!

Egli mi confessò che da principio era stato tentato di farle festa, come a una vecchia amica, la quale gli fosse venuta incontro per introdurlo nel tempio della grammatica latina; ma da quel poco che avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva poca speranza di stare allegri in seguito, nelle declinazioni in us e in es, nei verbi e nei pronomi.

Già nel numero plurale della prima declinazione, quando la musa diventava musarum, cominciava ad essere irriconoscibile... «E che necessità, diceva lui, che necessità di studiare il latino, dal momento che è una lingua morta?». Io gli spiegava che la lingua latina è la lingua madre, cioè la lingua di Cicerone, che è il babbo dei grandi avvocati, cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante, cioè la lingua di Orazio, che è il babbo della buona satira, cioè la lingua di Giustiniano, eccettera, eccettera.

E soggiungevo con sussiego:

— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il latino per intendere gli antichi codici; anche se sarai medico, questa lingua morta ed immortale non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo fa le ricette si facevano in latino; la scienza antica è scritta in latino: quasi tutte le citazioni con cui si dà una certa grandezza agli argomenti piccini, quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli argomenti zoppi sono latine.

Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza intendere gran che, ma con uno sgomento crescente.

— Allora deve essere molto difficile! — sospirava.