Naturalmente nell'epistolario del nonno era un posticino anche per Laura, un posticino appena, tre pagine in tutto. «Non so che cosa scriverti», diceva per iscusarsi di lasciare una pagina bianca; «ho dimenticato come si fanno le letterine alle fanciulle; ai miei tempi l'educazione delle ragazze era già una cosa tanto complicata, che se per poco è andata peggiorando come il resto, si corre il rischio di fare uno sproposito dopo quattro parole».
Quando io gli scrissi della domanda di matrimonio del signor De' Liberi, seguì quello che ci aspettavamo.
— Non bastando un intiero volume a raccogliere la sua vena, vedrai — avevo detto a Evangelina — vedrai che verrà a Milano.
— E vorrà vedere da vicino il pretendente, non vi è ombra di dubbio.
Venne infatti, e parve che avessimo indovinato tutte le sue intenzioni, perchè, penetrando in casa all'improvviso, era splendente ed irrequieto come un fuoco d'artifizio, e la sua prima domanda fu:
— Dov'è?
Credevamo che parlasse del signor De' Liberi, egli invece voleva vedere Laurina, e quando seppe che fino alle due era sempre a scuola, ripetè con una meraviglia ingenua:
— A scuola! È in età da marito e me la mandate ancora a scuola!
Si avvicinò alla finestra per vedere se per caso Laura attraversasse in quel punto il cortile tornando a casa; poi guardò l'orologio senza veder l'ora, poi lo guardò un'altra volta per veder l'ora, e finalmente disse:
— E come sta Augusto? Benone; mi ha scritto anche l'altro ieri; — però studia troppo, si vuole ammazzare quel povero ragazzo... Che bisogno vi è di studiare tanto per far gli esami? Io glie lo raccomando sempre; gli esami si fanno come si può, si passa a scappellotto, poi si diventa avvocati famosi.