Provai da quel giorno un bizzarro sentimento verso mia figlia, un misto di tenerezza e di rispetto, come se a un punto medesimo si fosse fatta donna e rifatta si fosse bambina.
Anche Evangelina sentiva a quel modo.
— Se penso che Laura ha già avuto una proposta di matrimonio, non mi pare neanche più la mia figliuola; e quando faccio il conto e trovo che il pretendente può quasi essere suo nonno, mi sembra ieri che mi fu resa dalla balia.
Per non dire il vero a nostra figlia, ci credemmo in obbligo d'inventare una storiella, tanto da acquetare la sua curiosità; ma Laura ci fece intendere in silenzio che accettava le nostre parole come già aveva fatto dell'ultimo balocco, per chiuderlo senza scontentarci in un cassetto.
— Scriviamone al babbo — suggerì Evangelina.
— Andrà in collera.
— Al contrario, si farà un po' di buon sangue, povero vecchio!
Povero vecchio! Ohimè, sì, il tempo passa e mio suocero non era più quel vecchietto vivace, che saltava intorno ai nipotini; era oramai un nonno venerando, sebbene egli non ne volesse convenire ed ammettesse appena appena che cominciava a declinare. Aveva passato la sessantina e serbava, ultimo fiore della sua folta canizie, il buonumore schietto. Lavorava ancora per non darsi vinto, per non invitare la morte, diceva lui, a fargli visita prima del tempo; la filanda di Monza era il suo castello, e da qualche tempo ne usciva di mala voglia per non essere preso in un agguato.
In compenso delle visite che ci faceva desiderare troppo, mandava frequenti lettere a sua figlia, a suo genero e sopratutto a suo nipote. Aveva trovato non so dove un certo stile semplice, snello e pieno di malizia, che gli stava bene in pugno e che egli maneggiò alla prima senza impaccio; quattro facciate di una scrittura fitta fitta spesso non bastavano a esaurire il suo umore giocoso; ve n'entrava anche in un poscritto nei margini.
Erano confidenze, erano consigli, erano gai sermoncini che egli faceva ad Augusto, e sopratutto disegni per l'avvenire. Sì, l'amabile vecchietto assicurava a mio figlio, studente di leggi all'Università di Pavia, che verrebbe un giorno in cui se la spasserebbero insieme. «L'avvenire è di chi sa aspettarlo». Questa frase, che ricorreva spesso nelle sue lettere, era per lui tutta la filosofia consolatrice della vecchiaia.