Fu per un po' una gran melanconia.

La nostra casa abbandonata, che ci parlava così forte dei nostri assenti, era come un amico nella desolazione; le volevamo un gran bene, ma la sfuggivamo per istinto. Andavamo volontieri a spasso, Evangelina e io; e ci accadeva di ritrovare per via una traccia perduta dai nostri figli con maggior piacere che a casa.

Gli è che i viali e i cespugli dei giardini si ricordavano allegramente delle nostre creature che avevano conosciuto appena, mentre in casa ogni cantuccio che aveva giocato a rimpiattino con essi, ogni mobile, ogni tenda parlavano dei loro compagni con accento lagrimoso.

Si faceva volontieri della filosofia in quel tempo, anche per consolare il nonno, il quale era scontento di certe notizie contraddittorie che giungevano periodicamente da Pavia, e minacciava ogni tanto di lasciarci per andarsene a stare coi nipoti e farli morire di vergogna.

Si faceva anche il sofisma:

— Che ci manca? — dicevamo. — Non siamo noi propriamente felici? Forse lo siamo troppo ed è ciò che ci offende. Noi possiamo pensare continuamente che ogni antico voto è stato esaudito, e goderci così a tutte le ore lo spettacolo della nostra felicità. Ma ciò soverchia le forze umane. Avremmo bisogno di esser messi a contatto della felicità medesima, perchè l'abitudine ce la scolorisse e ce la rendesse sopportabile, facendo nascere in noi altri desiderii.

E un altro momento, senza badare alla contraddizione, ci trovammo d'accordo a dire:

— Ci manca qualche cosa? Sì, qualche cosa ci manca: ebbene, godiamocelo questo qualche cosa che ci manca, perchè esso fa più sicura e durevole la nostra felicità. Ci vuole un pizzico di desiderio a condire un'esistenza felice.

Il nostro caro vecchio ci lasciava dire, ma crollava il capo. Il pizzico di desiderio egli ce l'aveva, e pure non era felice.

Esagera la dose — si diceva.